Easter and Sourroundings

Non sono stata travolta da un camion in corsa, no.

Ho “solo” ripreso a lavorare e, se Dio vuole, nel restante tempo me ne vado a zonzo con Titu e con Vi, la mia nuova amica con figlioletto coetaneo del mio. Inutile dire quanto sia felice di essermi fatta una nuova amica che non solo mi sta simpatica, ma con la quale posso anche condividere tutte (o quasi) le idiosincrasie materne e affini senza sentirmi necessariamente un’invasata, no?

Ciò detto a mia discolpa, sto benone. Titu è quello che sta meglio di tutti, bello de casa. Il weekend di Pasqua è, come ogni anno, un aperitivo di quello che sarà la stagione estiva e dopo tre giorni avevo già l’orticaria per via della coloritissima fauna che popolava la Riviera. Da noi va molto l’espressione “hanno aperto i gabbioni”, per descrivere il livello di fuoranza dei soggetti che vengono qua in ferie. Rende parecchio l’idea: il Circo Togni gli fa una pippa ai soggettini che gironzolavano tra Viale Ceccarini e il Lungomare, trust me.

Vedevi dalla tipa bardata come Messner al teutonico in pantaloncini e infradito. Per non parlare della gioventù tranzolla (presente gli Emo di Zelig? Ecco, così ma più brutti) che passava da un after in disco all’altro. Dire che questi hanno l’occhio da triglia è riduttivo e c’è anche caso che si offenda a morte, la triglia, sentendosi paragonata a sti cerebrolesi da competizione.

I nuclei familiari però, come sempre, mi mandano letteralmente in solluchero: li vedi e già ti si dipana davanti chiara come il sole la storia della loro vita. Di solito sono in 4 : mamma con faccia perennemente tirata (le ipotesi sono due: o le hanno fatto un’iniezione di botox di troppo o le girano perennemente gli zebedei), babbo con faccia perennemente avvilita  (e te credo, porello, vista la moglie che c’ha) e figli con faccia da teppisti. Lo sono anche, probabilmente e anche loro li capisco. Pure io, con due genitori così, sarei stata da riformatorio.

Li puoi osservare ovunque: per strada, al ristorante, in un negozio, in gelateria, al mare. Il risultato non cambia: lei caga il cazzo a tutti, ma soprattutto al cameriere/barista/commesso/bagnino. Lui abbozza e appena cerca di rabbonirla si becca un ringhio degno di un Dobermann che non mangia di un anno e le due iene fanno danni in giro completamente indisturbati. La mamma di solito mostra un briciolo di umanità nello sguardo solo quando li vede aggrapparsi alle tende del ristorante/negozio/bar e se ne esce con la frase più blasonata e odiosa del mondo. Frase che chiunque qui teme e odia in egual misura, e cioè “sa, sono bambini”.

Ecco, io la prenderei a schiaffi finché non mi cominciano a far male le braccia.

Forse questo è il motivo per cui non lavoro in una struttura ricettiva, ma in un ufficio. Che, Dio sia lodato, non si occupa di turismo, ma di import-export.

A parte questa breve parentesi pre-vacanziera, il weekend è andato bene. Anzi, è andato meravigliosamente, all’insegna della socialità: abbiamo avuto la casa piena di gente da sabato a martedì e il mio fegato è uscito molto provato da questa maratona enogastronomica, ma da oggi mi sono rimessa a dieta (progetto tristemente abbandonato nell’ultimo mese e mezzo) e mi sono ripromessa di postare qualche ricettina sana nei prossimi giorni. Del tipo che domani sera ho la Princess a cena e sabato sera invece vengono la Vi con compagno e nanetto e devo elaborare un paio di menu sani alla velocità del suono, altrimenti ci risiamo daccapo. Che la stagione si avvicina anche per me e la prova costume per ora mi spaventa più che l’ipotesi di un altro parto. Non so se ho reso l’idea.

E niente, ho il blocco dello scrittore. Per forza, direte voi, sei una scrittrice, cazzo volevi che ti venisse, il gomito del tennista?

Ok, però il fatto è che io mi sveglio carichissima, durante il giorno produco idee peggio di un cinese strafatto di anfetamina in una fabbrica abusiva di fuochi d’artificio e la sera mi passa tutta la poesia. Del tipo che accendo il Mac e me ne sto per delle mezz’or intere a fissare la pagina bianca di test edit come un’ebete. Mi prendono degli abbiocchi assurdi, ieri sera mi sono addormentata seduta sul divano e quando mi sono svegliata di soprassalto, Messi aveva segnato il secondo goal al Real e il collo mi faceva male come se avessi fatto Rimini-Barletta su un regionale in notturna.

Questa cosa del blocco comunque è incredibilmente frustrante da un lato e probabilmente giusta dall’altro: la mia vita è un continuo divenire, da un paio d’anni a questa parte, quindi è normale che non mi sia ancora assestata. Almeno credo. E poi, detto tra noi, preferisco vivere: mi piace passare le mie giornate in giro come una zingara fatta e finita (infatti il passeggino di Titu sembra più una carovana, che non un mezzo per l’infante) da sola o in compagnia di Vi, oppure in giro con Chef. E se decido di stare in casa è solo perché la sera ho amici a cena. Nonostante ciò la lista di gente da invitare è lunga come una messa cantata e ritorna l’attacco di panico se penso alla prova costume. Ecco.

Ho voglia di fare mille cose e ho un paio di progetti carini in mente, che spero di riuscire a portare avanti entro l’estate. Uno riguarda Eyes e Life in Paris e l’altro non ve lo dico, che son scaramantica e si sa. Anche perché non è molto definito ancora, è più una bozza semi concreta che prende forma nella mia testa ogni notte prima di prendere sonno.

Mi chiedo spesso: ma perché invece di spendere i miliardi di dollari a mandare dei coglionazzi su Marte alla Nasa non inventano una specie di hard disk della memoria, così una volta immagazzinati i dati te li puoi sbobinare con calma? Avrei vissuto l’equivalente di sei vite e probabilmente i miliardi di dollari ce li avrei avuti io.

Ideona eh?

Statemi bene, e soprattutto state in zona, che a breve do una sistemata anche al blog, promesso.

A livello di contenuti intendo, che di layout non so una fava.

Pregnancy Top Five

Una cosa di me che si sa poco è la mia passione per le classifiche. Tipo “le cinque cose che non sapete di me”, “le tre cose che odio”, “i dieci libri più belli mai letti” , “le otto cose da non dire mai a una donna” e via di questo passo. Sono una malata di mente, lo so da ventotto anni e non c’è bisogno che veniate qua a puntualizzare una cosa già ovvia.

Oggi sono stata folgorata dal pensiero che l’anno scorso in questo periodo avevo già una panza che faceva provincia, mi si stavano cominciando a gonfiare i piedi e avevo gli stessi sbalzi d’umore di un serial killer schizofrenico. E ho realizzato che la gravidanza non mi manca nemmeno un  po’ e mi sono anche chiesta, seriamente, come fosse stato il comportamento delle persone che mi stanno abitualmente attorno durante il mio periodo gestazionale.

La risposta è stata: bene nel 20% dei casi, accettabile per un buon 50% e di merda per il restante 30%. Nel senso che alla prima percentuale appartengono familiari stretti e soprattutto Chef, alla seconda gli amici e all’ultima quelli che non conosco ma che incontravo in giro (quando uscivo la sera…) e che immancabilmente mi dicevano una parola storta al momento sbagliato.

E quindi ho deciso di stilare la prima classifica del blog. Magari vi tornerà utile, prima o poi.

LE CINQUE COSE DA NON DIRE MAI A UNA DONNA INCINTA

1. Goditela finché è lì dentro, che poi non dormi più.

2. Eh, certo che fa male. Preparati.

3. A una mia amica si è staccata la placenta e ormai ci rimangono sia lei che il bambino.

4. E lui come l’ha presa, quando l’ha saputo?

5. Ma lo sai quanto costa, un figlio? Ci avete pensato bene?

Non sono in ordine di cattiveria, no. Sono in ordine di frequenza con cui mi sono state dette, nell’arco di nove mesi.

Leggere la numero 1 mi fa sorridere, dato che mio figlio dorme, da sempre, due o tre ore in più di me. Tiè, stronzi.

La numero due gliela ficcherei a tutti dove non batte il sole, date le mie 18 ore di travaglio senza epidurale più taglio cesareo a chiudere (a me Bear Grills me fa una pippa).

La numero tre ha mille variabili (deformità fetali e patologie neonatali di vario genere, complicanze durante il parto, emorragie, le sette piaghe d’Egitto, ecc. Insomma, potete scegliere quella che vi piace di più.).

La quarta non l’ho mai capita…come se il futuro padre fosse quello a cui cambia radicalmente la vita e che deve rinunciare alle sue abitudini (uscire con gli amici, andare a lavorare, andare in palestra ecc), dopo il parto. Mah.

Un figlio costerà anche, ma dato che la vita sociale e mondana dei due neo-genitori eguaglia quella dei monaci trappisti e che per un po’ la mamma non mettendo il muso fuori di casa rinuncia allo shopping scriteriato che è parte fondamentale del suo essere femmina, il rapporto tra entrate e uscite (almeno nel mio caso) va comunque a pareggiare il bilancio.

Comunque, tutto questo per dirvi che se avete un’amica, una sorella, una cugina, una figlia o una moglie gravida, fatele un favore.

Fatevi gli stracazzi vostri e vedrete che lei avrà la gravidanza più felice del mondo.

sei mesi di noi

Metti un weekend dal caldo anomalo, due zingari trentenni con un figlio che se non fosse che pesa come un macigno non ti accorgeresti nemmeno che è con loro, data la sua bontà. Metti una Rimini strapiena di gente e una sete di quelle che gli Spritz si allineano sul tavolo nemmeno fossero soldatini che vanno alla guerra. Metti una festa di laurea dalle sei in poi in albergo con gente della tua età o giù di lì con figli al seguito, cibo e alcool come se piovesse. Mettici tante risate e anche quella leggerezza d’animo che si ha sempre quando comincia la bella stagione. E aggiungi anche tutto l’amore che puoi immaginare, ma proprio tutto eh, equamente diviso tra i due uomini della tua vita.

Ecco, avrai fatto il mio weekend.

Un signor weekend, lasciatemelo dire.

Ho rivisto gente che non vedevo da ottobre, ho bevuto tanti di quel frizzantini che ancora mi gira un po’ la testa, ho riso dalla mattina alla sera e ho anche visto un paio di scene allucinanti che avrei preferito non vedere, ma che mi hanno dato l’ennesima – e inutile- conferma che forse non sarò una mamma perfetta, ma che senza dubbio non sono una mamma rincoglionita.

Tipo che entra questa coppia di amici nostri con nano di un anno e mezzo al seguito, vestito – il nano- come un fighetto radical chic de noantri. Leggi: polo, kefiah, sneakers di marca e faccia di uno che non gliene potrebbe frega de meno di come l’hanno vestito. Fosse per lui, giustamente, andrebbe vestito da straccione ma venderebbe la mamma ai beduini per potersi rotolare in terra.

Ecco, la mamma.

Parliamone.

Spendiamo cinque minuti del nostro tempo per fare una bella radiografia a questo soggetto che, nei sei mesi del mio esilio forzato in casa, avevo rimosso dalla memoria.

Ha avuto un bambino 18 mesi fa, eppure il suo fisico sembra quello di una uscita dalla sala parto da un paio di settimane… e io che mi lamento di aver preso un paio di jeans taglia 44.

Vive, come tante mamme che conosco, nell’ansia perenne per l’incolumità di suo figlio. Come se, che so, vivessimo in una favela di Rio de Janeiro o nella foresta del Borneo.

Disinfetta tutto o quasi con il germicida.

Tartassa il povero papà, costringendolo a marcare a uomo il piccolo teppista, altrimenti c’è caso che inciampi e cada e si rompa la testa.

Ha il reverenziale terrore delle correnti d’aria, anche a Ferragosto.

In parole povere, è peggio di un gatto attaccato ai maroni.

 

Io cambio mio figlio in macchina, non sterilizzo ciucci e bottigliette nemmeno se mi pagano, se un gioco di Titu cade in terra glielo rimetto in mano senza nemmeno passarlo sotto l’acqua corrente. A parte tenergli la berretta (di cotone, of corse) quasi sempre per proteggergli le orecchie, non seguo particolari programmi di addestramento mammifero.

 

Per ora ci è andata bene e non credo sia solo una questione di culo.

 

In ogni caso mi sa tanto che me la sono tirata a mille, con questa.

 

E comunque: mio figlio ha mezzo anno oggi. E questi sono stati senza dubbio i sei mesi più belli della mia vita.

 

Back to work. At last.

Va tutto bene.

Anzi, va tutto a meraviglia.

Sono sul divano che mi guardo hell’s Kitchen con Chef, la mise di uno scafista balcanico e i capelli autogestiti. Che non so bene perché ho deciso di farli crescere. Pessima idea comunque.

Domani è il grande giorno.

Eh si.

Domani (coro di angeli e anche un paio di cheerleader please) torno a lavorare!

Quindi appena Gordon finisce di infamare pesantemente quella banda di cerebrolesi che si trova a gestire, mi fiondo nel letto, sognando il mio tacco 12 da sfoggiare sul parquet dell’ufficio.

Altro che desperate housewife.

Cooking Mama

Ho aggiunto un po’ di ricette, le trovate qui, alla data di oggi.

Oh, se le provate a fare pretendo i feedback, mi raccomando! Anche se vengono cattive.

Non ho molto tempo per aggiornare perchè fuori c’è il sole e sono in media tra i 18 e i 20 gradi. Il resto insomma vien da sè…

La sera un po’ scrivo, un po’ butto giù le ricette da postare e un po’ sto con Chef, altrimenti non ci si vede mai.

Un paio di giorni fa mi sono rivista con un po’ delle Spanzate e a parte la salvifica iniezione di solidarietà femminile che ne è conseguita, ho anche rimediato un paio di numeri di telefono e quindi qualche potenziale amica con figli.

Che non te lo dice nessuno, ma dovrebbero fornirtele appena esci dall’ospedale al posto dei campioncini gratuiti, altroché.

Adesso infatti scappo, sveglio quel narcolettico di Titu e andiamo di corsa all’appuntamento con una di loro. Che oltre a starmi simpaticissima ha pure un figlio maschio e non sarebbe male per niente se in un futuro non troppo lontano diventasse un potenziale compagno di giochi. Visto mai…

Ah, sto sviluppando un’insana dipendenza da Instagram.

Ho condiviso solo 1 foto per ora, ma farò parecchi danni, una volta varcata la soglia di casa…

Have a nice weekend.

Io vi dico solo che ho una festa di laurea domenica pomeriggio. In enoteca. E anche qui il resto vien da sé direi…

Comunicazione di servizio

Onde evitare di fare nomi o allusioni puramente casuali che poi alla fine tanto casuali non sono, ho inserito soprannomi a persone che compaiono (e che compariranno) tra le pagine di questo blog.

Questo perché sarebbe a dir poco seccante che qualcuno a cui sto più o meno sugli zebedei (e viceversa, obiviously) capitasse qui e leggesse i cazzi miei e delle persone che amo così, a tempo perso.

Non è paranoia, è rispetto delle persone che cito quando racconto la mia vita.

Comunque, in alto alla vostra destra trovate la pagina “Io e il blog: istruzioni per l’uso” : ecco, lì ci sono tutti gli strumenti interpretativi del caso.

Così non vi troverete spiazzati.

I soprannomi li metto io, quindi non vi meravigliate se non hanno un verso.

Ciauz.

Romagna mia: ovvero la campanilista che c’è in me.

Sabato, dopo mille millenni di arresti domiciliari, scazzi cosmici e giornate fredde e piovose passate con la fronte incollata alla finestra e un’espressione da due novembre stampata in faccia, finalmente era caldo. Non quel timido tepore primaverile che appena vai all’ombra percepisci 10 gradi in meno e ti arriva la folata di vento bastardo e la sinusite ce l’hai quasi garantita, no. Era caldo per davvero. Cioè, venti gradi tipo.

Titu ha provato sulla sua pelle cosa significa essere figlio nostro quando fuori si sta bene.

Tipo che si è usciti di casa alle tre e si è rientrati (a malincuore) verso le otto. Infilandoci in mezzo pure un aperitivo all’aperto.

Mi sentivo come se fossi ritornata da un lungo viaggio. E Rimini non mi era mai sembrata tanto bella.

Il Corso era invaso e straripante di pasta boys vestiti peggio degli Emo di Zelig (ma che minchia di moda gira tra gli adolescenti? Chi è lo stilista, Beetlejuice?), ma anche di giovani genitori con carrozze, ovetti e passeggini sempre più simili a navicelle spaziali (seguirà a breve un post sul tipo di passeggino: ho scoperto che svelano moltissimo il carattere di una persona), ragazzini in bicicletta, giovani attivisti politici con il loro chioschetto per la raccolta di firme, i due liocorni…insomma, non mancava proprio nessuno.

Mi piace Rimini, ci avrei sempre voluto abitare e da quando sto con Chef mi sono sentita un po’ adottata da questa città antica, movimentata e godereccia.

Che insomma, diciamocelo: in Romagna sappiamo fare bene bene bene tre cose: andare in moto, divertirci e mangiare.

Infatti chiunque aveva un mezzo su due ruote sabato l’ha preso su e ci ha fatto un giretto. Chiunque, anche il novantenne munito di Ciao e casco integrale.

E Chef rosicava in silenzio, pensando a quando aveva la moto, glielo si leggeva in faccia da due km.

Bramavamo così tanto un aperitivo all’aperto che non siamo riusciti ad aspettare oltre le cinque e un quarto. Manco i tedeschi in estate vanno a bere così presto…

E siccome ogni tanto la romagnola che c’è in me viene prepotentemente fuori e si fa sentire in tutto il suo campanilismo, ieri, che era domenica, che Titu dormiva e che tanto fuori il tempo era orrendo sono stata a letto io?

Ma vuoi scherzare?

Mi sono alzata alle otto e mi sono messa a fare una cosa che se non sei nato qui (o non hai una nonna di qui), non ti verrebbe mai in mente di fare. Per fortuna.

Ieri mattina ho fatto la sfoglia. La pasta all’uovo, sì. Quella delle lasagne, delle tagliatelle o dei tagliolini.

A mano, senza impastatrice e macchina per stenderla.

Come fa la mia Mutti, insomma.

Ora.

Possono fare mille pubblicità accattivanti, fighissime e ammiccanti. Possono mettermi anche il bel Giorgetto Clooney nudo che mi arrotola i cannelloni di pasta industriale e mi garantisce che sono buonissimi.

Non ci sono cazzi per nessuno, fatta a mano è una cosa che va fuori dalla grazia del Signore.

C’è dietro una ricetta che si tramanda di madre in figlia da generazioni, dal modo di impastarla al modo di stenderla, al come fare per tagliarla e che purtroppo si perderà a favore dei cibi pronti e veloci.

Si sta già perdendo in effetti, le mie amiche non si sognerebbero mai di fare la sfoglia a mano. Fai una gran fatica e ti maledici perché potevi startene sotto le coperte con il tuo uomo a dormire o anche a far altro…

Io però a mia figlia (se mai ne avrò una) glielo vorrei insegnare. Perché vorrei che provasse quel senso di appartenenza così forte e così bello che ci lega a questa nostra terra, almeno una volta nella vita.

Che, campanilismo a parte, diciamocelo: basta farle una volta o due, nella vita, le lasagne. Per tutto il resto, c’è il negozio di pasta fresca all’angolo. 😀

Ma se proprio ci volete provare, perché siete curiosi e anche un po’ masochisti, la ricetta la trovate qui.