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“to bio” or “not to bio”

Lo so, ero semi-dispersa. Ma in spirito c’ero eh…

La verità è che Titu mi ha messo su tre-denti-tre in una botta secca con notti di sonno parziale e a intermittenza, fa un caldo porco, al lavoro ho seimila scadenze e come se non bastasse io e Chef lunedì ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti “dai, cambiamo tutta la disposizione dei mobili!”

Che io l’ho sempre pensato che io e lui non si è molto a piombo, ma questa è stata proprio la conferma definitiva. 

Risultato: schiena a pezzi, sonno a mille, occhio crepato tipo Willy il coyote e nervi tesi quanto basta. Ma il salotto è venuto una meraviglia, c’è molto più spazio, più luce e finalmente IL MOSTRO (il televisore 47 pollici di Chef) è appeso al muro e fa meno impressione. La nostra vita sociale questa settimana ha eguagliato quella dei monaci trappisti e sono talmente in astinenza da rapporti umani che il programma di domani sera comprendente una pizza con amici nano-muniti più giretto a piedi mi sembra una botta di vita. Per carità, gli amici in questione sono spettacolari, ma insomma, il mio concetto di mondanità si è un po’ ridimensionato, da Titu in poi.

L’ho detto che c’ho il giramento di coglioni facile, vero?

Ecco.

E cosa decido di fare io, quando sto messa così? Me ne sto in casa, nel mio salotto -nuovo- a leggere e a bere una bella birra ghiacciata? magari con un bel cd in sottofondo?

Nossignori.

Mi passo la bellezza di 2 pomeriggi interi dalla Mutti e poi accompagno anche Vi, la mia amica neo mamma, al supermercato biologico. Non so sinceramente quale delle 2 esperienze mi abbia fatto più girare le palle… diciamo che c’è un bel concorso di colpa. Che io l’adoro la Mutti, però a volte farei meglio a mangiarmi 10 buondì motta senza berci niente dietro e aspettare che la morte sopraggiunga.  Non scherzo, sa essere tremenda quando vuole e questa settimana era particolarmente in forma (o meglio, io ero particolarmente infiammabile). A chiudere mi sono fatta il nonsense tour al supermercato di alimenti bio. 

Allora.

Io non c’ho nulla in contrario al biologico, per carità. Per me la gente può tranquillamente decidere di farsi spennare acquistando prodotti bio. Che poi bio al 100% non sono quasi mai, ma ci vorrebbe un post a parte sull’argomento e non ho voglia di infrangere i sogni di nessuno. Io non condivido, per me non ha senso spendere il triplo per un pacco di tortine al kamut con zucchero di canna che viene da fanculonia. Allora mi compro la farina, lo zucchero, le uova dal contadino e me li faccio in casa, i dolcetti. Ci vuole un quarto d’ora e almeno so che cosa mangio. E spendo meno. 

Ma vabbè, contenti loro. 

Vi era in estasi, stava per comprare un succo al mango e arancia senza avere la minima idea che sapore abbia il mango perché non l’ha mai mangiato (se scopri che ti fa schifo cosa fai? Butti 1 litro di succo che costa come il petrolio?), nel reparto dolci quasi sbavava e alla cassa rideva e scherzava con il cassiere manco fosse stato il suo migliore amico. 

Il cassiere. 

parliamone. 

Sì perché è lui il soggetto cardine del post di oggi. 

Ha battuto mia madre, che nel 2011 mi rompe i coglioni perché non mi vergogno di dire che non vedo l’ora di uscire con le amiche nonostante sia una mamma (per lei le 2 cose sono inconciliabili, amorali e punibili con l’estromissione dal testamento credo), ha battuto la segretaria che ieri a lavoro mi ha chiamato per chiedermi la differenza tra una fattura e una nota di accredito e ha battuto persino Tampax che alle due del mattino è entrata in garage pigiando sul gas manco fosse The Stig, svegliandomi e facendomi tirare giù sei o sette santi dal calendario. 

Il cassiere del negozio biologico è il mio nemico pubblico numero uno. 

Deve aver percepito in me una nota di scetticismo, oppure nel mio sguardo deve aver colto una qualche incertezza oppure dal mio colorito spento e dalla mia pancetta che ancora non si decide a sparire ha individuato un chissà quale errato e sacrilego stile di vita… tant’è che mentre a Vi e riservava sorrisi e battute di spirito e al piccolo J faceva tutto il repertorio di faccine e versi possibili e immaginabili, ha liquidato la sottoscritta con una scortesia che in confronto in Sudtirol sono dei mattacchioni espansivi. E a Titu, nonostante gli sorridesse e cercasse la sua attenzione, non l’ha nemmeno guardato.

Ora.

Io capisco che una faccia nuova possa inibire. Non essendo un’adepta conclamata della “setta del mangiar sano”  ci può anche stare che te ne stai un po’ sulle tue. Non pretendo che ti metti il naso rosso da clown e che mi improvvisi un numero da circo. 

Ma i fondamentali dell’educazione, brutto stronzone gigante sì, quelli li esigo. Dato che il tuo stipendio lo strapago io con i furti legalizzati del tuo negozio merdoso, il minimo è che mi saluti quando esco. 

Sai dove te li dovresti mettere, i tuoi bocconcini al seitan? 

Ecco, bravo, ci siamo capiti. 

Però i cornflakes ce li hanno buoni. almeno quelli.

Dopo questa esperienza, credo che rimarrò un membro a vita del partito del “not to bio”. Ci dovrebbe andare Vincent Cassel a fare il commesso…allora forse potrei anche soprassedere. 

Ma forse eh…

 

Saturday Night…Live!

E poi niente, c’è che nonostante l’afa, la pressione sotto i tacchi, lo scoglionamento atavico da ciclo e tuo figlio che non ha dormito ti rimbocchi le maniche, gli fai un bel bagno con amido e olio per rinfrescare la sua pelle delicata, gli prepari la cena, lo imbocchi, gli pulisci quel suo musetto bellissimo e poi lo carichi in macchina e lo molli ai tuoi genitori. Pertuttalaseraeancheadormire.

Tié.

E poi torni a casa, ti fai una doccia lunga quanto la messa cantata, nel frattempo lui mette su un cd a tutto volume…

Si nMani in alto fuori di qua
Non resteremo più prigionieri
Ma evaderemo come steve mc queen

Ti coccoli spalmandoti la crema all’albicocca, indugi in mutande e con un asciugamano in testa a mo’ di turbante davanti all’anta spalancata del tuo armadio, indecisa su cosa metterti. Felice, perché sai che puoi permetterti di stare lì per ore e nessuno piangerà o reclamerà di essere preso in braccio. La musica in sottofondo continua a batterti le tempie…

O come il grande clint in fuga da alcatraz
Senza trattare niente con chi
Ha già fissato il prezzo al mercato
Nei nostri sogni e dentro ai nostri giorni e per la nostra vita

Ti infili un paio di pantaloni di lino larghi, una canotta aderente e un paio di sandali bassi. La borsa ce l’hai, la kefiah anche. Lui accende la moto, chiudi casa e monti in sella, in un attimo il vento ti sbatte in faccia, i vestiti ti si incollano addosso, senti anche un po’ freddo ma non te ne importa un accidente. Quella sensazione di libertà infinita che ti da solo la velocità folle delle due ruote, quel senso di poter tenere tutto il mondo sul palmo della mano, quella morsa al cuore che ti fa vivere ogni emozione come se non ci fosse un domani e ancora quella canzone che ti ronza in testa…

Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti

Arrivi di corsa e in ritardo all’appuntamento, ma fa lo stesso, tanto non s’è mai visto che certe cose comincino all’orario prestabilito. Per fortuna gli altri sono già lì e si sono accaparrati un buon posto. Si ride, si scherza, si beve birra e per un po’ si gode di quella sostenibile leggerezza dell’essere che per fortuna non abbiamo perso, nemmeno dopo un figlio. Ed è sacrosanto che sia così. E dopo un po’ l’attesa si fa snervante e si comincia a strepitare. Poi arrivano e quella canzone la senti di nuovo e tante altre se ne sovrappongono. E sai già come andrà a finire: ti faranno male i piedi, il collo e anche un po’ la schiena, non avrai più voce e ti maledirai il mattino dopo, perché sai che pagherai tutto con gli interessi.

Ma non te ne frega assolutamente niente.

Perché ci sono cose che meritano.

Loro sono una di queste.

 

Il senso dell’umorismo, questo sconosciuto…

Se ne parlava con Chef un paio di sere fa a tavola. 

Tutto poi è nato dal fatto di una coppia di amici, sposati con nanetto quasi duenne, che davvero non si capisce com’è che hanno deciso non solo di sposarsi, ma anche di fare un figlio assieme. 

Cioè, in realtà nessuno di noi si capacita di come mai, lui abbia deciso di mettersi in croce da solo così, aggratis. 

Lui è un ragazzo carino, con un buon lavoro, intelligente, mansueto, non fuma, non beve e va anche in chiesa. Insomma, il Mr Right dell’Adriatico, per farla breve. 

E ovviamente chi si sposa? 

La tipa più acida, isterica e cagacazzo della storia. Culona, oltretutto. 

E con lo stesso senso dell’umorismo di una cassapanca mangiata dai tarli. 

Al di là del fatto che questa è una classica dinamica di coppia, comune quasi quanto la pioggia a Ferragosto, vogliamo parlare della totale mancanza di senso dell’umorismo di noi donne? 

Vogliamo?

Massì dai, facciamoci del male.  

Io ho senso dell’umorismo. Non lo dico io, lo dicono le persone che mi stanno intorno e comunque è vero, che ho sempre la battuta pronta. Non è mica un vanto, ce l’ho e basta. Probabilmente per compensare le gambe corte, che madre natura sa come aggiustare il tiro insomma… 

Però ho notato che nove volte su dieci le donne questa qualità non è che non ce l’hanno: la affossano sotto quintali di cose meno importanti. 

Il vero problema è che le donne si prendono troppo sul serio. 

Mi spiego meglio: 

 

SCENA 1

Si è in comitiva, magari al ristorante e un vostro amico si lancia e racconta un simpatico aneddoto di vita quotidiana: per una volta è sul pezzo e la tavolata si ammazza dalle risate. Ecco, adesso guardate la sua compagna: mentre lui fa lo sketch comico della sua vita, lei ha la stessa espressione della Marcuzzi dopo che s’è mangiata un autotreno di Activia. Scaduto da un annetto eh.  Che non si sa perché, ma la prendono come un’offesa personale certe volte. Me la immagino poi in macchina, quando tornano a casa: “Come mai sei simpatico solo quando ci sono gli altri e con me invece sei sempre serio?” Cazzo, ti rispondo io se vuoi tesoro… 

 

SCENA 2

Lui porta la tipa a cui faceva il filo da mesi finalmente a cena fuori. Per rompere il ghiaccio fa un paio di battute e lei in tutta risposta alza un sopracciglio e poi torna a consultare il menu. Allora: anche se lui ha raccontato la barzelletta più triste del mondo, c’è bisogno di mortificarlo a tutti i costi, figa di legno che non sei altro? Chissà perché per noi è così facile fingere un orgasmo, ma è così difficile mettere a proprio agio un uomo, fingendo, per una volta, a fin di bene e far sì che la serata prenda la piega giusta.Comunque il risultato, nove volte su dieci, è che lui si smarona, paga il conto, se la tromba e non la richiama. E fa bene. 

 

SCENA 3

Due uomini si incontrano fortuitamente a teatro/a un matrimonio/ alla stessa cena/ al cinema/ vestiti allo stesso modo. Si guardano, si sorridono e molto probabilmente va a finire che si vanno a bere una birra insieme. Se a due donne capita la stessa cosa c’è caso che un paio di santi vengano giù dal calendario da soli, così per riparmiar loro anche la fatica… 

 

Insomma i maschietti non saranno dei campioni di sensibilità molto spesso. Non abbassano mai la tavoletta del cesso, ruttano con una scioltezza disarmante, non mettono mai a posto nulla, si lavano malvolentieri, parlano il minimo indispensabile e non si accorgono MAI se c’è qualcosa che non va. Ma MAI eh…

Però hanno una grandissimo dote, da cui tutte noi dovremmo imparare: ridono. 

 

E bene e spesso anche di voi, sappiatelo, fighe di legno. 

 

politically incorrect

Location: dal fruttivendolo. 

Mi scapicollo per prendere le biete (che non si sa perché certi negozi, tra cui i fruttivendoli, si sviluppino in altezza) e spostare il passeggino con dentro Titu ogni 3×2 perché ovviamente ovunque io lo posizioni è inevitabilmente in mezzo ai coglioni. 

Sudata come dopo la maratona di New York mi trascino al banco. Robi, il fruttivendolo appunto, sistema le mie cose e mi prepara il conto e si intrattiene a chiacchierare con una carampana di settant’anni per gamba che ciarla (erano le otto e mezza del mattino, nda) a nastro. Ivi di seguito il sunto del dialogo:

Robi: eh, certo che la signora X ne fa di beneficenza eh…

Carampana: ah sì, guarda, sia lei che suo marito sono davvero ammirevoli! Organizzano incontri, raccolte fondi, cene echipuùnehapiùnemetta.

Robi: si ma comunque non c’è mica bisogno di organizzare chi sa cosa eh… basterebbe che ognuno nel suo piccolo rinunciasse al minimo sindacale di superfluo…

Carampana: hai proprio ragione eh. Che se ne buttano via talmente tanti di soldi, cosa vuoi che sia dare a chi ha bisogno un paio di euro al giorno?

Entra in quel preciso istante un ragazzo di colore. Alto, magro magro, bello come il sole. Sorridente e con mille cose utili in mano (accendini, fazzoletti, penne, calzini ecc) chiede se qualcuno ha bisogno di qualcosa. La Carampana lo squadra inorridita, poi spara fuori la perla del giorno: “ah no nani*, se da tutti voi dovessi comprare qualcosa non mi rimarrebbe un euro per far la spesa! Su, gira al largo.”

Poi uno si chiede come mai io ce la mandi così ben volentieri a fare in culo, certa gente… 

 

* vezzeggiativo gergale romagnolo. Si usa per tutti ed è sinonimo di “caro/a”

Bye bye winter!

Ufficialmente da oggi si può dire a gran voce che l’inverno è finito. Non ha importanza se fuori la temperatura e il colore del cielo potrebbero indurmi a pensare l’esatto contrario: psicologicamente il 21 marzo è sempre stato una benedizione e quest’anno lo è ancora di più.

L’ho già scritto quanto sia stato difficile per una come me, abituata da anni a stare in casa solo per dormire e mangiare, starmene chiusa qui, senza possibilità di muovermi. Però ho scoperto le gioie della maternità. Ok. Ho anche rispolverato tanti interessi che per necessità avevo sepolto nel baule delle cose da fare quando sarò più grande (leggi=in pensione) come la fotografia e ho scoperto di nutrire una passione viscerale per la cucina.

Ecco. Diciamocelo. Ma anche a gran voce eh.

Sono un’ottima cuoca. Ok.

Ma sono una pessima casalinga.

Odio, detesto e ripudio le mansioni di casa. Mi fanno troppo Desperate Housewife e io non sono così. Non ci riesco, è più forte di me. Per me stendere lavatrici a nastro, raccoglierle, pulire casa, stirare, fare in modo che tutto sia perfettamente al suo posto sempre e comunque è peggio che una condanna ai lavori forzati. E, a scanso di equivoci, io non sono mai stata una tipa “comoda”: prima di Titu lavoravo dieci ore al giorno (e per prima di Titu intendo fino a 10 gg prima che lui nascesse eh), sono sempre stata una studentessa modello, mai fuori corso e con ottimi voti. Insomma, non stavo con le mani in mano sulle spalle dei miei; non mi sembrava giusto e comunque non me l’avrebbero permesso.

Però piuttosto che “fare i mestieri”, vi giuro, mi sparerei in fronte. E l’altro giorno mi sono sentita parecchio in imbarazzo, riguardo a ciò: ho incontrato una ex panza del corso pre-parto e spingendo i pargoli nei rispettivi passeggini ci siamo messe a conversare del più e del meno. Io, come sempre, son partita con la solita menata di quanto sia stato asfissiante per me quest’inverno, lei ha sparato a zero sulla suocera e tra una idiosincrasia e l’altra siamo arrivate a lambire le impervie e inospitali spiagge dell’argomento tabù. Ma stronza io eh, che me le vado sempre a cercare, che non mi faccio mai i cavoli miei e che le ho chiesto quando sarebbe tornata a lavorare (io torno tra 15 gg, Dio sia lodato!nda).

Apriti cielo.

Che non è possibile pensare di tornare al lavoro dopo solo sei mesi, che al nido statale il bimbo non te lo prendono (e per forza, se fai domanda un giorno prima che lui nasca e hai un reddito alto è fatica tesoro..ci sono a pagamento, presente? no eh?…no.), che comunque più un neonato sta con la mamma e meglio è, che se non hai bisogno di tornare a lavorare perché tuo marito guadagna bene a che pro sbattersi, che comunque non riuscirebbe proprio a separarsi dal pargolo e poi dopo chi manda avanti la casa.

Io vi giuro, ho avuto per un buon quarto d’ora i brividi lungo la schiena. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare discorso, ma ormai il dado era tratto e la domanda fatidica stava per arrivarmi come una sciabolata tra capo e collo: “e tu invece?”

Eh.

Io ci torno i primi di aprile a lavorare. Il bimbo me lo tiene mia mamma mezza giornata (potevo anche mandarlo al nido veh, ma lei è a casa tutto il giorno e si è offerta di fare la nonna full time). Si beh, così poi al pomeriggio io e Titu possiamo andare al mare e goderci la bella stagione. Il sabato e la domenica? Beh, c’è il babbo a casa, così si può pensare di farci anche qualche weekend fuori porta, visto che è un anno che non si va da nessuna parte.

Come?

No, non capisco bene, deve esserci un’interferenza…il segnale è debole… eh?

Ah, chi fa i lavori di casa.

ehmmmm…

Veramente ecco, sì beh io…

Ok, lo dico.

Ho la donna delle pulizie. Due volte a settimana. Sì, mi stira pure. Sì, sono gli 8 euro l’ora meglio investiti. Sì, sto in un cazzo di appartamento di 75 metri quadrati, ma mi sta sul culo perdere tempo a pulirlo. Preferisco stare col mio uomo e con mio figlio, sai com’è.Io non ci credo, va bene? Non ci credo che nel 2011 una ragazza di trent’anni si senta realizzata a fare la casalinga, potendo fare altro. Perché un conto è doverlo fare per necessità e allora sono non solo d’accordo, ma anche solidale con tante giovani mamme che hanno perso il lavoro perché sono rimaste incinta e non riescono a trovare una sistemazione al bimbo e di conseguenza non trovano lavoro (che bel paese, l’Italia…).

Ma non è questo il caso specifico, sia ben chiaro.

Poi ci meravigliamo che in Italia ci sono poche quote rosa, ma spesso e volentieri la zappa sui piedi ce la diamo da sole. Bisognerebbe liberarci di questo pensiero malato che se vai a lavorare non vuoi bene ai tuoi bambini. Che se ti prendi un’ora per te e vai in palestra, sei una mamma egoista. Che se per una volta non fai il ragù e il pollo nel forno e pulisci tutta casa, ma ti siedi a leggere un libro, non ci tieni alla famiglia.

Credo che finché non sentirò fare questo ragionamento un po’ più spesso, sarà fatica che questo paese ci investa un po’ di più, su noi donne.

Sveglia, che è primavera!

Maschi contro Femmine

Premetto che ancora il film non l’ho visto. Ma da quel che ho potuto evincere dal trailer, la pellicola affronta il solito, trito, ritrito e insormontabile problema: l’incompatibilità dei sessi.

Ora, vuoi che io, la piccola reginetta dell’ironia all’inglese, non facessi un post proprio su questo? Mica perché mi interessa più di tanto come argomento, ma solo per abbattere qualcuno tra i peggiori luoghi comuni in merito.

C’é solo una piccola precisazione da fare: io sono una donna piuttosto anomala.

Guido una macchina da uomo, con lo stesso piglio di un uomo (non lo dico io, lo dice Chef, che solo con me si è seduto 2 volte al posto del passeggero). Se una coppia di amici litiga solitamente faccio meno fatica a prendere le parti dell’uomo, lavoro meglio con gli uomini anziché con le donne, bevo alcolici e li reggo quanto un uomo (e spesso e volentieri anche di più), analizzo i problemi come un uomo.

Detesto il colore rosa, le magliette con i bambocci (hello kitty e co, personaggi disney, animaletti carini e coccolosi e via discorrendo), tutto ciò che è tenero e cute.

Sono stata immensamente felice quando la ginecologa mi ha confermato che avrei avuto un figlio maschio, perché nella mia testa malata già pregustavo il momento in cui gli avrei potuto regalare, nell’ordine: trenini, macchinine telecomandate, costruzioni, spade e mostri vari. Tutto quello che io chiedevo ogni anno a Babbo Natale e che veniva disatteso poiché l’ottuagenario lappone rincoglionito mi portava fisso bambole, pentole e piattini, set di trucchi e altre simili amenità.

Questo però non significa che io vada in giro con camice a scacchi di flanella, che faccia la gara di rutti nei pub con in mano il mio boccale di doppio malto, che mi gratti il sedere o mi metta le dita nel naso.

Femmina sono: mi piace fare shopping, comprare scarpe e borse anche se ne ho un armadio pieno, ho degli sbalzi d’umore degni di un’isterica patentata, metto il muso per niente, sono permalosa, irritabile, mi piacciono le coccole, spesso reclamo più attenzioni, odio il calcio e parlo un casino.

Però ogni tanto, quando ascolto i discorsi delle mie amiche, mi viene da pensare che sì, i ragazzi saranno anche cafoni, bastardi, egoisti, insensibili e chipiùnehapiùnemetta, ma noialtre siamo una bella banda di cagacazzo eh.

Insomma, secondo me molto spesso manca l’empatia. Il mettersi nei panni dell’altro. Una donna non lo fa MAI, ma vorrebbe che lui lo facesse ogni tre  per due. Un uomo non lo fa MAI, ma gli basterebbe che lei non gli fracassasse gli zebedei ogni tre per due.

Analizziamo un po’ 2 di dinamiche tipo:

INFLUENZA  Femmina 1 – Maschio 0:

Un uomo è clinicamente morto quando gli viene il raffreddore. Figuriamoci quando ha 37.5°: deambula a fatica e se lo fa guaisce come un animale ferito a morte. Ogni cinque secondi ti dice che sta malissimo (come se questa cosa lo facesse stare improvvisamente meglio…mah) e qualsiasi cosa tu gli chieda, anche se vuole provarsi la febbre, lui ti guarda come se gli avessi appena detto di uscire a fare una corsa in mutande quando fuori la temperatura è -20°.

Una donna di regola la febbre la percepisce quando arriva a 38,5° , il massimo che si concede è sedersi sul divano e riesce a : prendersi cura dei figli, del marito, stendere un paio di lavatrici e preparare la cena. Tutto ciò dicendo che non si sente benissimo, a dire molto, circa una volta in dieci giorni. Se poi si lamenta, lui di solito la guarda allargando le braccia e minimizza in modo infelicissimo tipo:

“ma dai su, lo sai che è stagione, adesso ti prendi un’aspirina e vedrai che ti passa”.

In questo caso tu moglie, compagna o mamma, dovresti cercare di metterti nei suoi panni e capirlo: loro non sono programmati per stare male.

Gli uomini non combattono con i peli superflui dall’età di 12 anni. E se si depilano, col cazzo che fanno la ceretta all’inguine, i figlioli.

Non hanno mai subito il trauma di una mamma che li costringeva a stare seduti immobili mentre lei pettinava i loro lunghi capelli pieni di nodi con una spazzola di ghisa.

Non hanno le mestruazioni.

Non partoriscono.

Non è colpa loro, se sono dei piagnoni: quando escono dalla casa di produzione, non hanno il pacchetto “survivor” inserito. Tutto qui.

Quindi, donna, ti rimane solo una cosa da fare: abbozza e trovati un feticcio qualunque su cui scaricare la frustrazione (il sacco da pugile sarebbe l’ideale).

SABATO SERA  Maschio 1 -Femmina 0:

Lui ha già giocato tutta la Champions League con la Play 3, si è letto 2 quotidiani, fumato due pacchi di sigarette, fatto 3 docce, sistemato il garage e non ha più palle da grattarsi per la noia e la frustrazione e tu sei in mutande e reggiseno con l’asciugamano arrotolato a mo’ di turbante in testa e te ne stai a fissare con odio purissimo le due ante spalancate del tuo armadio.

Quando lui fa capolino sperando che dopo 6 ore la scena sia mutata e azzarda a dire che sarebbe ora di andare perché gli altri vi aspettano al ristorante, gli ringhi contro che non è colpa tua se non hai niente da metterti.

Lui abbozza e prova a darti qualche idea (non fatelo maschi, non fatelo MAI), tu lo fulmini con lo sguardo e ti devono tenere in 3 perché vorresti solo saltargli al collo.

Lo insulti, due secondi dopo, perché non ti da mai consigli sul look.

Quando finalmente decidi cosa mettere (e di solito le scelte sono 2) e gli chiedi un parere, ti si gonfia la giugulare e rischi che ti parta un embolo perché lui risponde (ed è sincero di solito)  che stai benissimo con entrambe le mise.

Lui rischia di pisciarsi addosso, ma a te non interessa niente, devi finire di farti gli “smokey eyes” e devi stirarti i capelli con la piastra.

Quando finalmente montate in macchina, ti sei sicuramente, irrimediabilmente dimenticata il cellulare o il portafoglio nell’altra borsa (quella da tutti i giorni) e ci vai tu a prenderlo? Noooooo, va lui perché ha le scarpe basse e fa prima.

In questo caso tu, uomo o marito, prova a metterti nei nostri panni: non siamo programmate per essere indifferenti all’apparire.

Non abbiamo la fortuna di avere delle proposte moda eleganti e che stanno bene a tutte quante, alte basse magre o grasse (es: vestito a giacca oppure jeans+polo) .

Non abbiamo la fortuna di essere immuni ai bombardamenti ormonali, quindi di norma la nostra pelle tende ad aver bisogno di qualche lavorino di rifinitura a tutte le età.

Non abbiamo la capacità di essere immuni al voler piacere a tutti i costi: dobbiamo sempre essere le più belle, le più magre, le meglio vestite, altrimenti c’è il rischio di piacere meno (a noi e soprattutto a voi, diciamocelo) di un’altra.

Noi siamo bombardate 24 ore al giorno da pubblicità indirizzate quasi solo a noi: creme, cremine, cibi light, donne meravigliose che fanno innamorare chiunque alle quali vorremmo tanto ma tanto assomigliare.

Noi non lo facciamo apposta:  ci “disegnano così” , per citare quella stra-gnoccona di Jessica Rabbit.

Vi siete riconosciuti in queste due dinamiche?

Bene.

Vuol dire che siete umani.

Nonostante ciò, pensate ancora di essere appartenenti alla “categoria migliore” e che solo l’altro debba correggersi?

Bene.

Vuol dire che siete mediocri.

Consiglio: un po’ di sana autoironia non ha mai ucciso nessuno.

Vintage mode on

Stamani, mentre sistemavo delle vecchie scatole nell’armadio, una si è aperta e mi sono quasi commossa nel vedere le mie musicassette self made dei periodi del liceo. Mi ricordo quando prendevo i miei cd o i vinili dei Doors di Brother, mi chiudevo nella stanza della musica del Capitano e facevo le mie cassette, talvolta anche su richiesta agli amici. Che io di musica ne ho sempre capito a pacchi, intendiamoci.

E ho realizzato che Titu non saprà nemmeno cosa sarà, una musicassetta. Molto probabilmente, quando avrà 16 anni non ci saranno più nemmeno i cd. O staranno sparendo e saranno già pezzi vintage, come i vinili adesso. In tal caso, diventerà miliardario, data la mole di cd originali della sua mamma. Mica cazzi.

Il tutto per dire che sì, anche io a volte capisco che sto invecchiando. Che sono passati già 12 anni da quei pomeriggi invernali passati a selezionare e ascoltare rock a nastro, fumando una sigaretta dietro l’altra e leggendo sdraiata sul pavimento. Quando non c’erano pensieri, quando il massimo della preoccupazione era un’interrogazione o un’insufficienza in pagella. Quando con l’arrivo del primo sole primaverile si prendeva l’autobus sbagliato e si andava a cazzeggiare in centro a Rimini, guardandosi intorno sempre un po’ circospetti con quell’adrenalina che ti dava la paura che qualche conoscente ti vedesse a facesse la spia ai tuoi. Quando ci si incontrava in una mansarda dalle pareti azzurre, ognuno con il suo strumento sulle spalle, le birre in fresco e mille sogni a fare da cornice. Quando i baci si rubavano a fior di labbra e le emozioni erano così dirompenti da lasciarti senza fiato. Quando si andava in motorino in 2 senza casco che altrimenti i capelli si rovinavano. Quando d’estate la metà degli amici chi li vedeva più, che facevano la stagione, e l’altra metà era tutta all’Aquafan dopo mezzanotte. Quando i cellulari non avevano il display a colori e non facevano le foto. Quando il massimo della tecnologia avanzata era avere un lettore dvd. Quando non si riusciva a dormire la notte prima di partire per la gita. La sbornia stellare che ho preso la notte prima dell’esame di maturità. Quando potevi permetterti di stare un’ora e mezza al telefono con la tua migliore amica a parlare e sparlare di mezzo mondo. Quando non c’era feissbuk. Quando il massimo del social network era il ceralacca in discoteca al pomeriggio. Quando si scrivevano le lettere con carta e penna agli amici lontani e quando si controllava la buchetta delle lettere per vedere se era arrivata la risposta. Quando il tempo aveva un valore diverso e un’importanza che un po’ adesso non c’è più. Quando si cambiava il rullino alla macchina fotografica.

Sì, sto invecchiando, si capisce dalla nota velatamente nostalgica di questo post.

Ma dentro, sono il prodotto di tutte queste cose e di molte altre, mischiate insieme. Tutti i film visti, la musica ascoltata e riascoltata fino a consumare i nastri delle cassette, le cene con gli amici, le bevute al pub, i viaggi all’estero, le delusioni d’amore, le amicizie perse e quelle ritrovate… tutte queste cose, mescolate in un modo apparentemente casuale, formano il passato e lo spirito critico di un essere umano. E se si fa di tutto per non dimenticarle, per non permettere al tempo di scolorirle o farcele riporre in un angolo troppo lontano della nostra memoria, probabilmente si invecchierà comunque.

Ma molto più lentamente.