Archive for the ‘ io e la vita ’ Category

Saturday Night…Live!

E poi niente, c’è che nonostante l’afa, la pressione sotto i tacchi, lo scoglionamento atavico da ciclo e tuo figlio che non ha dormito ti rimbocchi le maniche, gli fai un bel bagno con amido e olio per rinfrescare la sua pelle delicata, gli prepari la cena, lo imbocchi, gli pulisci quel suo musetto bellissimo e poi lo carichi in macchina e lo molli ai tuoi genitori. Pertuttalaseraeancheadormire.

Tié.

E poi torni a casa, ti fai una doccia lunga quanto la messa cantata, nel frattempo lui mette su un cd a tutto volume…

Si nMani in alto fuori di qua
Non resteremo più prigionieri
Ma evaderemo come steve mc queen

Ti coccoli spalmandoti la crema all’albicocca, indugi in mutande e con un asciugamano in testa a mo’ di turbante davanti all’anta spalancata del tuo armadio, indecisa su cosa metterti. Felice, perché sai che puoi permetterti di stare lì per ore e nessuno piangerà o reclamerà di essere preso in braccio. La musica in sottofondo continua a batterti le tempie…

O come il grande clint in fuga da alcatraz
Senza trattare niente con chi
Ha già fissato il prezzo al mercato
Nei nostri sogni e dentro ai nostri giorni e per la nostra vita

Ti infili un paio di pantaloni di lino larghi, una canotta aderente e un paio di sandali bassi. La borsa ce l’hai, la kefiah anche. Lui accende la moto, chiudi casa e monti in sella, in un attimo il vento ti sbatte in faccia, i vestiti ti si incollano addosso, senti anche un po’ freddo ma non te ne importa un accidente. Quella sensazione di libertà infinita che ti da solo la velocità folle delle due ruote, quel senso di poter tenere tutto il mondo sul palmo della mano, quella morsa al cuore che ti fa vivere ogni emozione come se non ci fosse un domani e ancora quella canzone che ti ronza in testa…

Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti

Arrivi di corsa e in ritardo all’appuntamento, ma fa lo stesso, tanto non s’è mai visto che certe cose comincino all’orario prestabilito. Per fortuna gli altri sono già lì e si sono accaparrati un buon posto. Si ride, si scherza, si beve birra e per un po’ si gode di quella sostenibile leggerezza dell’essere che per fortuna non abbiamo perso, nemmeno dopo un figlio. Ed è sacrosanto che sia così. E dopo un po’ l’attesa si fa snervante e si comincia a strepitare. Poi arrivano e quella canzone la senti di nuovo e tante altre se ne sovrappongono. E sai già come andrà a finire: ti faranno male i piedi, il collo e anche un po’ la schiena, non avrai più voce e ti maledirai il mattino dopo, perché sai che pagherai tutto con gli interessi.

Ma non te ne frega assolutamente niente.

Perché ci sono cose che meritano.

Loro sono una di queste.

 

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“to mom or not to mom…

…that is the question” .

è che io, sinceramente, è una settimana che avevo in mente tutto un altro post.

Che di carne al fuoco ce ne sarebbe anche tanta, dalla cattura (vera o presunta) con conseguente uccisione (anche questa vera o presunta) di Osamino-son dieciannichesonquienonvenesieteaccorti-BinLaden ai referendum del 12 giugno, al Royal Wedding che ci ha fracassato, diciamocelo pure, le Royal Balls.

Invece succede che mercoledì vado dalla pediatra per il controllo mensile.

Ho già spiegato altrove che solo il fatto di arrivarci, nell’ambulatorio della mia pediatra, è peggio che scalare il K2 con una batteria di pentole nello zaino. Ma non ho mai spiegato quanto sia frustrante, per me, aspettare il mio turno in sala d’aspetto senza provare l’irrefrenabile istinto di sterminare a colpi di machete le altre mamme. Questo mi capita un po’ ovunque, se devo essere sincera. Io la categoria “mamme” solitamente la soffro un po’. Mi rendo conto che forse è un po’ colpa mia, che sono io ad essere l’anomalia, la scheggia impazzita del sistema. Io parlo poco e mal volentieri di mio figlio. Ci sto assieme tutto il giorno, vorrei parlare anche di altre cose quando interagisco con gente che ha più di sei mesi.Alla domanda “com’è?” rispondo con un cenno del capo in direzione di Titu (che di solito è stravaccato nel passeggino intento a mordicchiare le orecchie a Canonzo) più uno svogliato: “è così come lo vedi. Buono.” e poi cambio discorso. Quando mi chiedono: mangia, dorme, si alza già a sedere, quante volte al giorno fa la cacca, quanto pesa, ha già i dentini ecc rispondo sempre con la frase di rito: “secondo la pediatra cmq è tutto nella norma”. Insomma, le altre mamme mi scansano quasi sempre dopo 5 minuti. Probabilmente mi ritengono una stronza spocchiosa snob che se la tira. E va bene così.Un po’ perché è vero e un po’ perché non ho voglia di diventare come loro. Loro, che parlano solo di parto (trauma che non tutte evidentemente archiviano con la nascita del nano), pappe, pannolini, dermatiti, cacca, vomito, sonno, veglia, malattie esentematiche, nonni e zii invadenti, denti che spuntano, vizi gratuiti e chi più ne ha più ne metta. Quando queste qui evolvono, si trasformano nella Fraulein Rottenmeier: parlano solo di verifiche, compiti, doposcuola, attività ricreative, programmi educational, professori, consigli di classe, consigli di istituto, cresime, comunioni ecc.

Ecco, io non ho voglia di diventare così.

Io, quando avevo 18 anni e tenevo a bada i due maschi di mia sorella come fossero stati i miei, già non le sopportavo queste qua e mentre le mandavo a quel paese, cercavo di immaginare che tipo di mamma avrei voluto essere. E a distanza di dieci anni non posso che rispondere di corrispondere a quella donna che sarei voluta diventare. Forse mi immaginavo solo un po’ più magra e con i capelli un po’ più corti, ma per il resto ci siamo. Probabilmente molte cose di me sono destinate a cambiare, nel corso degli anni, ma qui lo scrivo e qui lo esigo: se divento una rompicoglioni per favore fatemelo notare e poi ammazzatemi a colpi di scimitarra.

A parte ciò, ricominciare a lavorare ha i suoi lati positivi e negativi: mi sento più utile e realizzata ma ho meno tempo per scrivere. Ovviamente nei sei mesi di maternità, in cui Titu si sparava delle maratone di sonno che nemmeno un narcolettico sedato, non mi veniva un’idea buona nemmeno a mettersi a piangere in greco. Adesso il mio cervello erutta spunti e trame come il vulcano islandese dal nome strano (quello che l’anno scorso di sti tempi rompeva le scatole al mondo intero sbuffando cenere e facendo cancellare voli, sì lui.). Peccato che il tempo sia poco e pure tiranno, ma come dice sempre la Cy, il tempo si trova!!

Nel frattempo sto lavorando a qualche ricetta buona, sana e veloce da preparare (a breve foto e link), in linea con la stagione e con il mio nuovo modo salutista: dopo una parentesi di potente scaglionamento alimentare ho ripreso il controllo della mima vita e della mia dieta e nonostante la pancetta post partum sia più difficile da debellare del colesterolo in USA, mi sento molto meglio, più energica e più serena. Che alla fine il principio fondamentale non è dimagrire, ma sentirsi meglio. Contrariamente a quello che pensano in molti, mangiare bene e sano non significa ingurgitare tonnellate di verdura scondita e cibi insipidi e poco appetitosi: certo, un po’ tocca aggiustare il tiro con olio e condimenti, ma basta un po’ di fantasia, una dieta fatta bene, bilanciata ed adeguata alle proprie esigenze e un po’ di movimento quotidiano. I risultati arrivano. Che io quelle che pesano cento chili e dicono “non mangio niente eppure non dimagrisco, è un fatto di costituzione” le prenderei a sberle assieme a quelle che pesano kate moss più una mela e ti dicono, con gli occhi che nemmeno Bambi “ah io mangio da mattina a sera quello che voglio, eppure non metto su un grammo, sarà il metabolismo!”

Sarà anche che forse avete un’idea un po’ distorta del concetto “mangiare normale”?!? Magari eh, perché io ho notato che quando mangio meno dimagrisco e quando esagero ingrasso, un po’ come tutto il resto del mondo… sarà forse che in quasi 30 anni ho imparato a conoscere ed ascoltare il mio fisico, sarà che la mia amica dietista che mi segue da due anni è una con le contro palle e mi ha azzeccato subito la dieta giusta (a proposito, questo è il suo sito, fateci un giro che merita!), sarà che mi piace moltissimo cucinare e conosco bene la natura dei cibi e una notevole quantità di variabili per prepararli… però io anche a 14 anni alla storia del metabolismo c’ho sempre creduto poco.

Forse perché io credo molto nel fatto che una persona è quello che vuole essere, stringi stringi.

Al di là dei limiti fisici insuperabili (se sei alta un metro e un barattolo non è che se tutte le sere preghi in sanscrito ti svegli il mattino dopo alta due metri), che saranno un 20% di come siamo fatti, per il resto siamo padroni di noi stessi. Ed è proprio questa la nostra fortuna: possiamo plasmarci come meglio crediamo eppure ci facciamo ingabbiare bene e spesso da mille limiti del cazzo autoimposti. Chissà poi perché ci risulta sempre così difficile di diventare esattamente quello che vorremmo essere…

E vabbè, considerazioni metafisiche a parte, adesso smetto che s’è svegliato Titu e dobbiamo andare all’appuntamento con Vi, la mia amica neomamma con la quale si parla di tutto, tranne che dei nostri figli.

Hasta luego.

Pregnancy Top Five

Una cosa di me che si sa poco è la mia passione per le classifiche. Tipo “le cinque cose che non sapete di me”, “le tre cose che odio”, “i dieci libri più belli mai letti” , “le otto cose da non dire mai a una donna” e via di questo passo. Sono una malata di mente, lo so da ventotto anni e non c’è bisogno che veniate qua a puntualizzare una cosa già ovvia.

Oggi sono stata folgorata dal pensiero che l’anno scorso in questo periodo avevo già una panza che faceva provincia, mi si stavano cominciando a gonfiare i piedi e avevo gli stessi sbalzi d’umore di un serial killer schizofrenico. E ho realizzato che la gravidanza non mi manca nemmeno un  po’ e mi sono anche chiesta, seriamente, come fosse stato il comportamento delle persone che mi stanno abitualmente attorno durante il mio periodo gestazionale.

La risposta è stata: bene nel 20% dei casi, accettabile per un buon 50% e di merda per il restante 30%. Nel senso che alla prima percentuale appartengono familiari stretti e soprattutto Chef, alla seconda gli amici e all’ultima quelli che non conosco ma che incontravo in giro (quando uscivo la sera…) e che immancabilmente mi dicevano una parola storta al momento sbagliato.

E quindi ho deciso di stilare la prima classifica del blog. Magari vi tornerà utile, prima o poi.

LE CINQUE COSE DA NON DIRE MAI A UNA DONNA INCINTA

1. Goditela finché è lì dentro, che poi non dormi più.

2. Eh, certo che fa male. Preparati.

3. A una mia amica si è staccata la placenta e ormai ci rimangono sia lei che il bambino.

4. E lui come l’ha presa, quando l’ha saputo?

5. Ma lo sai quanto costa, un figlio? Ci avete pensato bene?

Non sono in ordine di cattiveria, no. Sono in ordine di frequenza con cui mi sono state dette, nell’arco di nove mesi.

Leggere la numero 1 mi fa sorridere, dato che mio figlio dorme, da sempre, due o tre ore in più di me. Tiè, stronzi.

La numero due gliela ficcherei a tutti dove non batte il sole, date le mie 18 ore di travaglio senza epidurale più taglio cesareo a chiudere (a me Bear Grills me fa una pippa).

La numero tre ha mille variabili (deformità fetali e patologie neonatali di vario genere, complicanze durante il parto, emorragie, le sette piaghe d’Egitto, ecc. Insomma, potete scegliere quella che vi piace di più.).

La quarta non l’ho mai capita…come se il futuro padre fosse quello a cui cambia radicalmente la vita e che deve rinunciare alle sue abitudini (uscire con gli amici, andare a lavorare, andare in palestra ecc), dopo il parto. Mah.

Un figlio costerà anche, ma dato che la vita sociale e mondana dei due neo-genitori eguaglia quella dei monaci trappisti e che per un po’ la mamma non mettendo il muso fuori di casa rinuncia allo shopping scriteriato che è parte fondamentale del suo essere femmina, il rapporto tra entrate e uscite (almeno nel mio caso) va comunque a pareggiare il bilancio.

Comunque, tutto questo per dirvi che se avete un’amica, una sorella, una cugina, una figlia o una moglie gravida, fatele un favore.

Fatevi gli stracazzi vostri e vedrete che lei avrà la gravidanza più felice del mondo.

Back to work. At last.

Va tutto bene.

Anzi, va tutto a meraviglia.

Sono sul divano che mi guardo hell’s Kitchen con Chef, la mise di uno scafista balcanico e i capelli autogestiti. Che non so bene perché ho deciso di farli crescere. Pessima idea comunque.

Domani è il grande giorno.

Eh si.

Domani (coro di angeli e anche un paio di cheerleader please) torno a lavorare!

Quindi appena Gordon finisce di infamare pesantemente quella banda di cerebrolesi che si trova a gestire, mi fiondo nel letto, sognando il mio tacco 12 da sfoggiare sul parquet dell’ufficio.

Altro che desperate housewife.

Bye bye winter!

Ufficialmente da oggi si può dire a gran voce che l’inverno è finito. Non ha importanza se fuori la temperatura e il colore del cielo potrebbero indurmi a pensare l’esatto contrario: psicologicamente il 21 marzo è sempre stato una benedizione e quest’anno lo è ancora di più.

L’ho già scritto quanto sia stato difficile per una come me, abituata da anni a stare in casa solo per dormire e mangiare, starmene chiusa qui, senza possibilità di muovermi. Però ho scoperto le gioie della maternità. Ok. Ho anche rispolverato tanti interessi che per necessità avevo sepolto nel baule delle cose da fare quando sarò più grande (leggi=in pensione) come la fotografia e ho scoperto di nutrire una passione viscerale per la cucina.

Ecco. Diciamocelo. Ma anche a gran voce eh.

Sono un’ottima cuoca. Ok.

Ma sono una pessima casalinga.

Odio, detesto e ripudio le mansioni di casa. Mi fanno troppo Desperate Housewife e io non sono così. Non ci riesco, è più forte di me. Per me stendere lavatrici a nastro, raccoglierle, pulire casa, stirare, fare in modo che tutto sia perfettamente al suo posto sempre e comunque è peggio che una condanna ai lavori forzati. E, a scanso di equivoci, io non sono mai stata una tipa “comoda”: prima di Titu lavoravo dieci ore al giorno (e per prima di Titu intendo fino a 10 gg prima che lui nascesse eh), sono sempre stata una studentessa modello, mai fuori corso e con ottimi voti. Insomma, non stavo con le mani in mano sulle spalle dei miei; non mi sembrava giusto e comunque non me l’avrebbero permesso.

Però piuttosto che “fare i mestieri”, vi giuro, mi sparerei in fronte. E l’altro giorno mi sono sentita parecchio in imbarazzo, riguardo a ciò: ho incontrato una ex panza del corso pre-parto e spingendo i pargoli nei rispettivi passeggini ci siamo messe a conversare del più e del meno. Io, come sempre, son partita con la solita menata di quanto sia stato asfissiante per me quest’inverno, lei ha sparato a zero sulla suocera e tra una idiosincrasia e l’altra siamo arrivate a lambire le impervie e inospitali spiagge dell’argomento tabù. Ma stronza io eh, che me le vado sempre a cercare, che non mi faccio mai i cavoli miei e che le ho chiesto quando sarebbe tornata a lavorare (io torno tra 15 gg, Dio sia lodato!nda).

Apriti cielo.

Che non è possibile pensare di tornare al lavoro dopo solo sei mesi, che al nido statale il bimbo non te lo prendono (e per forza, se fai domanda un giorno prima che lui nasca e hai un reddito alto è fatica tesoro..ci sono a pagamento, presente? no eh?…no.), che comunque più un neonato sta con la mamma e meglio è, che se non hai bisogno di tornare a lavorare perché tuo marito guadagna bene a che pro sbattersi, che comunque non riuscirebbe proprio a separarsi dal pargolo e poi dopo chi manda avanti la casa.

Io vi giuro, ho avuto per un buon quarto d’ora i brividi lungo la schiena. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare discorso, ma ormai il dado era tratto e la domanda fatidica stava per arrivarmi come una sciabolata tra capo e collo: “e tu invece?”

Eh.

Io ci torno i primi di aprile a lavorare. Il bimbo me lo tiene mia mamma mezza giornata (potevo anche mandarlo al nido veh, ma lei è a casa tutto il giorno e si è offerta di fare la nonna full time). Si beh, così poi al pomeriggio io e Titu possiamo andare al mare e goderci la bella stagione. Il sabato e la domenica? Beh, c’è il babbo a casa, così si può pensare di farci anche qualche weekend fuori porta, visto che è un anno che non si va da nessuna parte.

Come?

No, non capisco bene, deve esserci un’interferenza…il segnale è debole… eh?

Ah, chi fa i lavori di casa.

ehmmmm…

Veramente ecco, sì beh io…

Ok, lo dico.

Ho la donna delle pulizie. Due volte a settimana. Sì, mi stira pure. Sì, sono gli 8 euro l’ora meglio investiti. Sì, sto in un cazzo di appartamento di 75 metri quadrati, ma mi sta sul culo perdere tempo a pulirlo. Preferisco stare col mio uomo e con mio figlio, sai com’è.Io non ci credo, va bene? Non ci credo che nel 2011 una ragazza di trent’anni si senta realizzata a fare la casalinga, potendo fare altro. Perché un conto è doverlo fare per necessità e allora sono non solo d’accordo, ma anche solidale con tante giovani mamme che hanno perso il lavoro perché sono rimaste incinta e non riescono a trovare una sistemazione al bimbo e di conseguenza non trovano lavoro (che bel paese, l’Italia…).

Ma non è questo il caso specifico, sia ben chiaro.

Poi ci meravigliamo che in Italia ci sono poche quote rosa, ma spesso e volentieri la zappa sui piedi ce la diamo da sole. Bisognerebbe liberarci di questo pensiero malato che se vai a lavorare non vuoi bene ai tuoi bambini. Che se ti prendi un’ora per te e vai in palestra, sei una mamma egoista. Che se per una volta non fai il ragù e il pollo nel forno e pulisci tutta casa, ma ti siedi a leggere un libro, non ci tieni alla famiglia.

Credo che finché non sentirò fare questo ragionamento un po’ più spesso, sarà fatica che questo paese ci investa un po’ di più, su noi donne.

Sveglia, che è primavera!

People are strange…

…e basta. Non vale, in quest caso, l’altra parte della strofa che fa “when you are a stranger, faces look ugly, when you’re alone.”

Non vale perché questo è un post incentrato su soggetti sub-umani non ben identificati, vale a dire i miei vicini di casa.

Premessa: io e Chef siamo due che si fanno gli stracazzi loro a nastro. Quindi non si è mai andati più in là del “buongiorno e buonasera” con chiunque ci abiti attorno. Invitiamo spesso amici a cena ma non abbiamo mai dato feste o simili, quindi il volume della musica non ha mai superato i livelli di guardia. Abitiamo al piano terra, quindi non camminiamo sulla testa di nessuno. Ale in cinque mesi di vita avrà pianto sì e no tre volte dopo le undici di sera.

Insomma, diciamocelo pure: noi si è i vicini di casa quasi ideali.

Peccato che chi ci abita nelle strettissime vicinanze non sia altrettanto tranquillo.

Ora: io sono star convinta che a prescindere dai soggetti che il caso ti mette vicino, sia sempre difficoltoso trovare un rapporto di convivenza idilliaca. Non mi aspettavo di certo la torta di benvenuto, quando ci siamo trasferiti qui due anni fa. Che di solito uno pensa che i vicini di casa peggiori che ti possano capitare sono i giovani. Seee…A parte che me li devi trovare dei giovani che non vivono con i genitori. Che io sono stata un caso parecchio isolato, ad andarmene di casa a 25 anni. Ma a parte ciò, ho scoperto sulla mia pelle che la categoria peggiore sono proprio le famiglie.

Prendi i miei vicini: lui e lei pensionati tra i sessanta e i settanta, lui schivo, lei più espansiva e se glielo permettessi sicuramente sarebbe una che alla terza volta che ti parla ti racconta i cazzi suoi. Due figlie, una sposata senza figli ma con un cane di piccola taglia cattivo impestato (detta anche La Zonza col cane) e una single e isterica che vive ancora con loro (sorpannominata Tampax), nonostante abbia sicuramente passato i trenta da un po. Forse vivono con l’aspettativa di un nipote in arrivo prima o poi; hanno due macchine, una casa di proprietà, un tenore di vita agiato. Insomma, la classica famiglia italiana media.

Ecco, appunto. Ma proprio molto media. Così media che guarda caso, ogni domenica quando pranzano tutti insieme senti degli urli e delle litigate che in confronto i ragazzi della casa del GF sono dei baronetti inglesi. Così beneducati tutti quanti, che nonostante sappiano che sotto di loro vive una coppia con un neonato, non si fanno dei problemi a spostare poltrone e sedie e mobili vari all’una del mattino. Così delicati che provano questo irrefrenabile istinto a fare le gare podistiche in notturna con minimo il tacco 10 ai piedi. Così di cuore che ogni tanto accudiscono anche il cane nano e carogna della Zonza. Cane che non fa altro che abbaiare, dalla mattina alla sera (ieri ha rotto i coglioni per 8 ore consecutive e mi ha svegliata alle sette del mattino…capito? non mi sveglia mio figlio, ma il cane degli stronzi al piano di sopra). E per favore, astenersi commenti del tipo “eh, ma che colpa ne ha il cane”, che non sono in vena. A me gli animali piacciono, ma fintanto che non mi fracassano gli zebedei. Anche io ho sempre avuto un cane. Però avevo anche una bella casa con un giardino dove la povera bestiola poteva correre e sfogarsi. Perché secondo me, tenere un animale dentro un appartamento è snaturare la sua indole e poi per forza che lui abbaia e rompe i coglioni. E astenersi anche commenti tipo “eh ma allora tu che hai un bambino di 5 mesi? anche lui se piange disturba…”

Primo: chi paragona un cane (che per carità, sono la prima che rispetta e ama gli animali eh,) a un bambino non merita nemmeno una risposta.

Secondo: mio figlio, nel caso particolare, non piange praticamente mai. Quindi poche storie, che oggi non gira.

Questi sono quelli che abitano di sopra. Io ho il vago sospetto che l’unico uomo di casa, il povero babbo, sia una vittima del sistema e in cuor mio un po’ simpatizzo per lui.

Nella casa a fianco abbiamo un burbero signore canuto (detto L’uomo che Fuma) che mi ha salutata dopo un anno che abitavo qui. Il vicino ideale. Lo adoro. Peccato che abbia una figlia pazza (la Strillona) che lo viene a trovare ogni giorno per urlargli contro per cinque – sei minuti buoni. Dopo aver trattato come una merda secca il suo anziano genitore (e aver parcheggiato la sua macchina in mezzo alle balle) ella se ne va. Facendomi sempre più sentire simpatizzante col vecchio.

In sintesi, questa lunghissima menata vorrebbe non solo essere uno sfogo personale (stateci voi chiusi in casa con la pioggia, un bambino di 8 kg che vuole solo stare in braccio e un cagnetto rompi palle a fare da colonna sonora, poi ne riparliamo), ma anche una critica a tutti quei vicini di casa che, dopo una strage familiare compiuta a colpi d’ascia, se ne  escono con la frase più triste e più falsa del mondo: “mah, era una famiglia così tranquilla, ma chi l’avrebbe mai detto”.

Ecco, se dovesse capitare che uno dei due uomini citati in questo post un bel giorno, magari quando tira un bel garbino di quelli seri, decidesse di sterminare tutta la sua famiglia vi giuro che io e Chef lo diremo alle telecamere: “era ora cazzo!”

Ecco.

Oggi mordo, se non s’era capito…

Maschi contro Femmine

Premetto che ancora il film non l’ho visto. Ma da quel che ho potuto evincere dal trailer, la pellicola affronta il solito, trito, ritrito e insormontabile problema: l’incompatibilità dei sessi.

Ora, vuoi che io, la piccola reginetta dell’ironia all’inglese, non facessi un post proprio su questo? Mica perché mi interessa più di tanto come argomento, ma solo per abbattere qualcuno tra i peggiori luoghi comuni in merito.

C’é solo una piccola precisazione da fare: io sono una donna piuttosto anomala.

Guido una macchina da uomo, con lo stesso piglio di un uomo (non lo dico io, lo dice Chef, che solo con me si è seduto 2 volte al posto del passeggero). Se una coppia di amici litiga solitamente faccio meno fatica a prendere le parti dell’uomo, lavoro meglio con gli uomini anziché con le donne, bevo alcolici e li reggo quanto un uomo (e spesso e volentieri anche di più), analizzo i problemi come un uomo.

Detesto il colore rosa, le magliette con i bambocci (hello kitty e co, personaggi disney, animaletti carini e coccolosi e via discorrendo), tutto ciò che è tenero e cute.

Sono stata immensamente felice quando la ginecologa mi ha confermato che avrei avuto un figlio maschio, perché nella mia testa malata già pregustavo il momento in cui gli avrei potuto regalare, nell’ordine: trenini, macchinine telecomandate, costruzioni, spade e mostri vari. Tutto quello che io chiedevo ogni anno a Babbo Natale e che veniva disatteso poiché l’ottuagenario lappone rincoglionito mi portava fisso bambole, pentole e piattini, set di trucchi e altre simili amenità.

Questo però non significa che io vada in giro con camice a scacchi di flanella, che faccia la gara di rutti nei pub con in mano il mio boccale di doppio malto, che mi gratti il sedere o mi metta le dita nel naso.

Femmina sono: mi piace fare shopping, comprare scarpe e borse anche se ne ho un armadio pieno, ho degli sbalzi d’umore degni di un’isterica patentata, metto il muso per niente, sono permalosa, irritabile, mi piacciono le coccole, spesso reclamo più attenzioni, odio il calcio e parlo un casino.

Però ogni tanto, quando ascolto i discorsi delle mie amiche, mi viene da pensare che sì, i ragazzi saranno anche cafoni, bastardi, egoisti, insensibili e chipiùnehapiùnemetta, ma noialtre siamo una bella banda di cagacazzo eh.

Insomma, secondo me molto spesso manca l’empatia. Il mettersi nei panni dell’altro. Una donna non lo fa MAI, ma vorrebbe che lui lo facesse ogni tre  per due. Un uomo non lo fa MAI, ma gli basterebbe che lei non gli fracassasse gli zebedei ogni tre per due.

Analizziamo un po’ 2 di dinamiche tipo:

INFLUENZA  Femmina 1 – Maschio 0:

Un uomo è clinicamente morto quando gli viene il raffreddore. Figuriamoci quando ha 37.5°: deambula a fatica e se lo fa guaisce come un animale ferito a morte. Ogni cinque secondi ti dice che sta malissimo (come se questa cosa lo facesse stare improvvisamente meglio…mah) e qualsiasi cosa tu gli chieda, anche se vuole provarsi la febbre, lui ti guarda come se gli avessi appena detto di uscire a fare una corsa in mutande quando fuori la temperatura è -20°.

Una donna di regola la febbre la percepisce quando arriva a 38,5° , il massimo che si concede è sedersi sul divano e riesce a : prendersi cura dei figli, del marito, stendere un paio di lavatrici e preparare la cena. Tutto ciò dicendo che non si sente benissimo, a dire molto, circa una volta in dieci giorni. Se poi si lamenta, lui di solito la guarda allargando le braccia e minimizza in modo infelicissimo tipo:

“ma dai su, lo sai che è stagione, adesso ti prendi un’aspirina e vedrai che ti passa”.

In questo caso tu moglie, compagna o mamma, dovresti cercare di metterti nei suoi panni e capirlo: loro non sono programmati per stare male.

Gli uomini non combattono con i peli superflui dall’età di 12 anni. E se si depilano, col cazzo che fanno la ceretta all’inguine, i figlioli.

Non hanno mai subito il trauma di una mamma che li costringeva a stare seduti immobili mentre lei pettinava i loro lunghi capelli pieni di nodi con una spazzola di ghisa.

Non hanno le mestruazioni.

Non partoriscono.

Non è colpa loro, se sono dei piagnoni: quando escono dalla casa di produzione, non hanno il pacchetto “survivor” inserito. Tutto qui.

Quindi, donna, ti rimane solo una cosa da fare: abbozza e trovati un feticcio qualunque su cui scaricare la frustrazione (il sacco da pugile sarebbe l’ideale).

SABATO SERA  Maschio 1 -Femmina 0:

Lui ha già giocato tutta la Champions League con la Play 3, si è letto 2 quotidiani, fumato due pacchi di sigarette, fatto 3 docce, sistemato il garage e non ha più palle da grattarsi per la noia e la frustrazione e tu sei in mutande e reggiseno con l’asciugamano arrotolato a mo’ di turbante in testa e te ne stai a fissare con odio purissimo le due ante spalancate del tuo armadio.

Quando lui fa capolino sperando che dopo 6 ore la scena sia mutata e azzarda a dire che sarebbe ora di andare perché gli altri vi aspettano al ristorante, gli ringhi contro che non è colpa tua se non hai niente da metterti.

Lui abbozza e prova a darti qualche idea (non fatelo maschi, non fatelo MAI), tu lo fulmini con lo sguardo e ti devono tenere in 3 perché vorresti solo saltargli al collo.

Lo insulti, due secondi dopo, perché non ti da mai consigli sul look.

Quando finalmente decidi cosa mettere (e di solito le scelte sono 2) e gli chiedi un parere, ti si gonfia la giugulare e rischi che ti parta un embolo perché lui risponde (ed è sincero di solito)  che stai benissimo con entrambe le mise.

Lui rischia di pisciarsi addosso, ma a te non interessa niente, devi finire di farti gli “smokey eyes” e devi stirarti i capelli con la piastra.

Quando finalmente montate in macchina, ti sei sicuramente, irrimediabilmente dimenticata il cellulare o il portafoglio nell’altra borsa (quella da tutti i giorni) e ci vai tu a prenderlo? Noooooo, va lui perché ha le scarpe basse e fa prima.

In questo caso tu, uomo o marito, prova a metterti nei nostri panni: non siamo programmate per essere indifferenti all’apparire.

Non abbiamo la fortuna di avere delle proposte moda eleganti e che stanno bene a tutte quante, alte basse magre o grasse (es: vestito a giacca oppure jeans+polo) .

Non abbiamo la fortuna di essere immuni ai bombardamenti ormonali, quindi di norma la nostra pelle tende ad aver bisogno di qualche lavorino di rifinitura a tutte le età.

Non abbiamo la capacità di essere immuni al voler piacere a tutti i costi: dobbiamo sempre essere le più belle, le più magre, le meglio vestite, altrimenti c’è il rischio di piacere meno (a noi e soprattutto a voi, diciamocelo) di un’altra.

Noi siamo bombardate 24 ore al giorno da pubblicità indirizzate quasi solo a noi: creme, cremine, cibi light, donne meravigliose che fanno innamorare chiunque alle quali vorremmo tanto ma tanto assomigliare.

Noi non lo facciamo apposta:  ci “disegnano così” , per citare quella stra-gnoccona di Jessica Rabbit.

Vi siete riconosciuti in queste due dinamiche?

Bene.

Vuol dire che siete umani.

Nonostante ciò, pensate ancora di essere appartenenti alla “categoria migliore” e che solo l’altro debba correggersi?

Bene.

Vuol dire che siete mediocri.

Consiglio: un po’ di sana autoironia non ha mai ucciso nessuno.