Archivio per marzo 2011

Comunicazione di servizio

Onde evitare di fare nomi o allusioni puramente casuali che poi alla fine tanto casuali non sono, ho inserito soprannomi a persone che compaiono (e che compariranno) tra le pagine di questo blog.

Questo perché sarebbe a dir poco seccante che qualcuno a cui sto più o meno sugli zebedei (e viceversa, obiviously) capitasse qui e leggesse i cazzi miei e delle persone che amo così, a tempo perso.

Non è paranoia, è rispetto delle persone che cito quando racconto la mia vita.

Comunque, in alto alla vostra destra trovate la pagina “Io e il blog: istruzioni per l’uso” : ecco, lì ci sono tutti gli strumenti interpretativi del caso.

Così non vi troverete spiazzati.

I soprannomi li metto io, quindi non vi meravigliate se non hanno un verso.

Ciauz.

Romagna mia: ovvero la campanilista che c’è in me.

Sabato, dopo mille millenni di arresti domiciliari, scazzi cosmici e giornate fredde e piovose passate con la fronte incollata alla finestra e un’espressione da due novembre stampata in faccia, finalmente era caldo. Non quel timido tepore primaverile che appena vai all’ombra percepisci 10 gradi in meno e ti arriva la folata di vento bastardo e la sinusite ce l’hai quasi garantita, no. Era caldo per davvero. Cioè, venti gradi tipo.

Titu ha provato sulla sua pelle cosa significa essere figlio nostro quando fuori si sta bene.

Tipo che si è usciti di casa alle tre e si è rientrati (a malincuore) verso le otto. Infilandoci in mezzo pure un aperitivo all’aperto.

Mi sentivo come se fossi ritornata da un lungo viaggio. E Rimini non mi era mai sembrata tanto bella.

Il Corso era invaso e straripante di pasta boys vestiti peggio degli Emo di Zelig (ma che minchia di moda gira tra gli adolescenti? Chi è lo stilista, Beetlejuice?), ma anche di giovani genitori con carrozze, ovetti e passeggini sempre più simili a navicelle spaziali (seguirà a breve un post sul tipo di passeggino: ho scoperto che svelano moltissimo il carattere di una persona), ragazzini in bicicletta, giovani attivisti politici con il loro chioschetto per la raccolta di firme, i due liocorni…insomma, non mancava proprio nessuno.

Mi piace Rimini, ci avrei sempre voluto abitare e da quando sto con Chef mi sono sentita un po’ adottata da questa città antica, movimentata e godereccia.

Che insomma, diciamocelo: in Romagna sappiamo fare bene bene bene tre cose: andare in moto, divertirci e mangiare.

Infatti chiunque aveva un mezzo su due ruote sabato l’ha preso su e ci ha fatto un giretto. Chiunque, anche il novantenne munito di Ciao e casco integrale.

E Chef rosicava in silenzio, pensando a quando aveva la moto, glielo si leggeva in faccia da due km.

Bramavamo così tanto un aperitivo all’aperto che non siamo riusciti ad aspettare oltre le cinque e un quarto. Manco i tedeschi in estate vanno a bere così presto…

E siccome ogni tanto la romagnola che c’è in me viene prepotentemente fuori e si fa sentire in tutto il suo campanilismo, ieri, che era domenica, che Titu dormiva e che tanto fuori il tempo era orrendo sono stata a letto io?

Ma vuoi scherzare?

Mi sono alzata alle otto e mi sono messa a fare una cosa che se non sei nato qui (o non hai una nonna di qui), non ti verrebbe mai in mente di fare. Per fortuna.

Ieri mattina ho fatto la sfoglia. La pasta all’uovo, sì. Quella delle lasagne, delle tagliatelle o dei tagliolini.

A mano, senza impastatrice e macchina per stenderla.

Come fa la mia Mutti, insomma.

Ora.

Possono fare mille pubblicità accattivanti, fighissime e ammiccanti. Possono mettermi anche il bel Giorgetto Clooney nudo che mi arrotola i cannelloni di pasta industriale e mi garantisce che sono buonissimi.

Non ci sono cazzi per nessuno, fatta a mano è una cosa che va fuori dalla grazia del Signore.

C’è dietro una ricetta che si tramanda di madre in figlia da generazioni, dal modo di impastarla al modo di stenderla, al come fare per tagliarla e che purtroppo si perderà a favore dei cibi pronti e veloci.

Si sta già perdendo in effetti, le mie amiche non si sognerebbero mai di fare la sfoglia a mano. Fai una gran fatica e ti maledici perché potevi startene sotto le coperte con il tuo uomo a dormire o anche a far altro…

Io però a mia figlia (se mai ne avrò una) glielo vorrei insegnare. Perché vorrei che provasse quel senso di appartenenza così forte e così bello che ci lega a questa nostra terra, almeno una volta nella vita.

Che, campanilismo a parte, diciamocelo: basta farle una volta o due, nella vita, le lasagne. Per tutto il resto, c’è il negozio di pasta fresca all’angolo. 😀

Ma se proprio ci volete provare, perché siete curiosi e anche un po’ masochisti, la ricetta la trovate qui.

off he goes

“…I wonder ‘bout his insides, it likes his thoughts are too big for his size…”

come back soon dear friend. please.

with love.

l.

Bye bye winter!

Ufficialmente da oggi si può dire a gran voce che l’inverno è finito. Non ha importanza se fuori la temperatura e il colore del cielo potrebbero indurmi a pensare l’esatto contrario: psicologicamente il 21 marzo è sempre stato una benedizione e quest’anno lo è ancora di più.

L’ho già scritto quanto sia stato difficile per una come me, abituata da anni a stare in casa solo per dormire e mangiare, starmene chiusa qui, senza possibilità di muovermi. Però ho scoperto le gioie della maternità. Ok. Ho anche rispolverato tanti interessi che per necessità avevo sepolto nel baule delle cose da fare quando sarò più grande (leggi=in pensione) come la fotografia e ho scoperto di nutrire una passione viscerale per la cucina.

Ecco. Diciamocelo. Ma anche a gran voce eh.

Sono un’ottima cuoca. Ok.

Ma sono una pessima casalinga.

Odio, detesto e ripudio le mansioni di casa. Mi fanno troppo Desperate Housewife e io non sono così. Non ci riesco, è più forte di me. Per me stendere lavatrici a nastro, raccoglierle, pulire casa, stirare, fare in modo che tutto sia perfettamente al suo posto sempre e comunque è peggio che una condanna ai lavori forzati. E, a scanso di equivoci, io non sono mai stata una tipa “comoda”: prima di Titu lavoravo dieci ore al giorno (e per prima di Titu intendo fino a 10 gg prima che lui nascesse eh), sono sempre stata una studentessa modello, mai fuori corso e con ottimi voti. Insomma, non stavo con le mani in mano sulle spalle dei miei; non mi sembrava giusto e comunque non me l’avrebbero permesso.

Però piuttosto che “fare i mestieri”, vi giuro, mi sparerei in fronte. E l’altro giorno mi sono sentita parecchio in imbarazzo, riguardo a ciò: ho incontrato una ex panza del corso pre-parto e spingendo i pargoli nei rispettivi passeggini ci siamo messe a conversare del più e del meno. Io, come sempre, son partita con la solita menata di quanto sia stato asfissiante per me quest’inverno, lei ha sparato a zero sulla suocera e tra una idiosincrasia e l’altra siamo arrivate a lambire le impervie e inospitali spiagge dell’argomento tabù. Ma stronza io eh, che me le vado sempre a cercare, che non mi faccio mai i cavoli miei e che le ho chiesto quando sarebbe tornata a lavorare (io torno tra 15 gg, Dio sia lodato!nda).

Apriti cielo.

Che non è possibile pensare di tornare al lavoro dopo solo sei mesi, che al nido statale il bimbo non te lo prendono (e per forza, se fai domanda un giorno prima che lui nasca e hai un reddito alto è fatica tesoro..ci sono a pagamento, presente? no eh?…no.), che comunque più un neonato sta con la mamma e meglio è, che se non hai bisogno di tornare a lavorare perché tuo marito guadagna bene a che pro sbattersi, che comunque non riuscirebbe proprio a separarsi dal pargolo e poi dopo chi manda avanti la casa.

Io vi giuro, ho avuto per un buon quarto d’ora i brividi lungo la schiena. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare discorso, ma ormai il dado era tratto e la domanda fatidica stava per arrivarmi come una sciabolata tra capo e collo: “e tu invece?”

Eh.

Io ci torno i primi di aprile a lavorare. Il bimbo me lo tiene mia mamma mezza giornata (potevo anche mandarlo al nido veh, ma lei è a casa tutto il giorno e si è offerta di fare la nonna full time). Si beh, così poi al pomeriggio io e Titu possiamo andare al mare e goderci la bella stagione. Il sabato e la domenica? Beh, c’è il babbo a casa, così si può pensare di farci anche qualche weekend fuori porta, visto che è un anno che non si va da nessuna parte.

Come?

No, non capisco bene, deve esserci un’interferenza…il segnale è debole… eh?

Ah, chi fa i lavori di casa.

ehmmmm…

Veramente ecco, sì beh io…

Ok, lo dico.

Ho la donna delle pulizie. Due volte a settimana. Sì, mi stira pure. Sì, sono gli 8 euro l’ora meglio investiti. Sì, sto in un cazzo di appartamento di 75 metri quadrati, ma mi sta sul culo perdere tempo a pulirlo. Preferisco stare col mio uomo e con mio figlio, sai com’è.Io non ci credo, va bene? Non ci credo che nel 2011 una ragazza di trent’anni si senta realizzata a fare la casalinga, potendo fare altro. Perché un conto è doverlo fare per necessità e allora sono non solo d’accordo, ma anche solidale con tante giovani mamme che hanno perso il lavoro perché sono rimaste incinta e non riescono a trovare una sistemazione al bimbo e di conseguenza non trovano lavoro (che bel paese, l’Italia…).

Ma non è questo il caso specifico, sia ben chiaro.

Poi ci meravigliamo che in Italia ci sono poche quote rosa, ma spesso e volentieri la zappa sui piedi ce la diamo da sole. Bisognerebbe liberarci di questo pensiero malato che se vai a lavorare non vuoi bene ai tuoi bambini. Che se ti prendi un’ora per te e vai in palestra, sei una mamma egoista. Che se per una volta non fai il ragù e il pollo nel forno e pulisci tutta casa, ma ti siedi a leggere un libro, non ci tieni alla famiglia.

Credo che finché non sentirò fare questo ragionamento un po’ più spesso, sarà fatica che questo paese ci investa un po’ di più, su noi donne.

Sveglia, che è primavera!

People are strange…

…e basta. Non vale, in quest caso, l’altra parte della strofa che fa “when you are a stranger, faces look ugly, when you’re alone.”

Non vale perché questo è un post incentrato su soggetti sub-umani non ben identificati, vale a dire i miei vicini di casa.

Premessa: io e Chef siamo due che si fanno gli stracazzi loro a nastro. Quindi non si è mai andati più in là del “buongiorno e buonasera” con chiunque ci abiti attorno. Invitiamo spesso amici a cena ma non abbiamo mai dato feste o simili, quindi il volume della musica non ha mai superato i livelli di guardia. Abitiamo al piano terra, quindi non camminiamo sulla testa di nessuno. Ale in cinque mesi di vita avrà pianto sì e no tre volte dopo le undici di sera.

Insomma, diciamocelo pure: noi si è i vicini di casa quasi ideali.

Peccato che chi ci abita nelle strettissime vicinanze non sia altrettanto tranquillo.

Ora: io sono star convinta che a prescindere dai soggetti che il caso ti mette vicino, sia sempre difficoltoso trovare un rapporto di convivenza idilliaca. Non mi aspettavo di certo la torta di benvenuto, quando ci siamo trasferiti qui due anni fa. Che di solito uno pensa che i vicini di casa peggiori che ti possano capitare sono i giovani. Seee…A parte che me li devi trovare dei giovani che non vivono con i genitori. Che io sono stata un caso parecchio isolato, ad andarmene di casa a 25 anni. Ma a parte ciò, ho scoperto sulla mia pelle che la categoria peggiore sono proprio le famiglie.

Prendi i miei vicini: lui e lei pensionati tra i sessanta e i settanta, lui schivo, lei più espansiva e se glielo permettessi sicuramente sarebbe una che alla terza volta che ti parla ti racconta i cazzi suoi. Due figlie, una sposata senza figli ma con un cane di piccola taglia cattivo impestato (detta anche La Zonza col cane) e una single e isterica che vive ancora con loro (sorpannominata Tampax), nonostante abbia sicuramente passato i trenta da un po. Forse vivono con l’aspettativa di un nipote in arrivo prima o poi; hanno due macchine, una casa di proprietà, un tenore di vita agiato. Insomma, la classica famiglia italiana media.

Ecco, appunto. Ma proprio molto media. Così media che guarda caso, ogni domenica quando pranzano tutti insieme senti degli urli e delle litigate che in confronto i ragazzi della casa del GF sono dei baronetti inglesi. Così beneducati tutti quanti, che nonostante sappiano che sotto di loro vive una coppia con un neonato, non si fanno dei problemi a spostare poltrone e sedie e mobili vari all’una del mattino. Così delicati che provano questo irrefrenabile istinto a fare le gare podistiche in notturna con minimo il tacco 10 ai piedi. Così di cuore che ogni tanto accudiscono anche il cane nano e carogna della Zonza. Cane che non fa altro che abbaiare, dalla mattina alla sera (ieri ha rotto i coglioni per 8 ore consecutive e mi ha svegliata alle sette del mattino…capito? non mi sveglia mio figlio, ma il cane degli stronzi al piano di sopra). E per favore, astenersi commenti del tipo “eh, ma che colpa ne ha il cane”, che non sono in vena. A me gli animali piacciono, ma fintanto che non mi fracassano gli zebedei. Anche io ho sempre avuto un cane. Però avevo anche una bella casa con un giardino dove la povera bestiola poteva correre e sfogarsi. Perché secondo me, tenere un animale dentro un appartamento è snaturare la sua indole e poi per forza che lui abbaia e rompe i coglioni. E astenersi anche commenti tipo “eh ma allora tu che hai un bambino di 5 mesi? anche lui se piange disturba…”

Primo: chi paragona un cane (che per carità, sono la prima che rispetta e ama gli animali eh,) a un bambino non merita nemmeno una risposta.

Secondo: mio figlio, nel caso particolare, non piange praticamente mai. Quindi poche storie, che oggi non gira.

Questi sono quelli che abitano di sopra. Io ho il vago sospetto che l’unico uomo di casa, il povero babbo, sia una vittima del sistema e in cuor mio un po’ simpatizzo per lui.

Nella casa a fianco abbiamo un burbero signore canuto (detto L’uomo che Fuma) che mi ha salutata dopo un anno che abitavo qui. Il vicino ideale. Lo adoro. Peccato che abbia una figlia pazza (la Strillona) che lo viene a trovare ogni giorno per urlargli contro per cinque – sei minuti buoni. Dopo aver trattato come una merda secca il suo anziano genitore (e aver parcheggiato la sua macchina in mezzo alle balle) ella se ne va. Facendomi sempre più sentire simpatizzante col vecchio.

In sintesi, questa lunghissima menata vorrebbe non solo essere uno sfogo personale (stateci voi chiusi in casa con la pioggia, un bambino di 8 kg che vuole solo stare in braccio e un cagnetto rompi palle a fare da colonna sonora, poi ne riparliamo), ma anche una critica a tutti quei vicini di casa che, dopo una strage familiare compiuta a colpi d’ascia, se ne  escono con la frase più triste e più falsa del mondo: “mah, era una famiglia così tranquilla, ma chi l’avrebbe mai detto”.

Ecco, se dovesse capitare che uno dei due uomini citati in questo post un bel giorno, magari quando tira un bel garbino di quelli seri, decidesse di sterminare tutta la sua famiglia vi giuro che io e Chef lo diremo alle telecamere: “era ora cazzo!”

Ecco.

Oggi mordo, se non s’era capito…

Spinning round and round…

Mio figlio sta facendo i denti.

A cinque mesi, sì.

Da buon romagnolo, ha capito che il cibo serio è meglio del latte e si sta mettendo avanti col lavoro.

Ecco perché non ho scritto per così tanto… non mi avevano rapita gli alieni, ero solo un po’ presa a star dietro alle idiosincrasie del nanetto; che comunque non si smentisce mai e di notte continua a dormire nonostante l’evidente fastidio gengivale (non è un bambino, è un angelo narcolettico), ma che giustamente durante il giorno reclama attenzioni e coccole a profusione. E ci mancherebbe.

Poi da domenica c’è il sole, quindi col cacchio che la sottoscritta passa in casa più del necessario (leggi: un paio d’ore). Eh già, io madre snaturata me ne vado a zingarare con il pargoletto bello coperto, che l’incarnato stava virando al verde ospedalizio e l’umore era piuttosto merdoso, le settimane passate.

In sintesi: sto bene. Ma ho poca voglia di scrivere e moltissima voglia di starmene a zonzo.

Mio figlio, essendo il DNA una certezza e non un’opinione, gradisce parecchio il nuovo lifestyle impostogli dalla sua genitrice girandolona.

La Mutti invece, essendo la reincarnazione di una cassapanca in legno massello, mi guarda di traverso, scuotendo la testa. Lo so che dentro di sé è convintissima che prima o poi lo farò ammalare, a questo piccolo batuffolino. Che, così, per la cronaca, pesa quasi 8 kg… piccolissimo inzomma…

Ma io faccio finta di ascoltare tutti, dico sempre di sì e poi faccio quello che mi riesce meglio, ovverosia quel che mi pare.

Volevo scrivere qualcosa sull’otto marzo, ma sarebbe stato un post banale e polemico. Per me non è una festa, quindi non ci perdo nemmeno troppo tempo. E poi c’era il sole ieri: ero in giro, guarda un po’.

Adesso tisana, un po’ di “La versione di Barney” e poi stramazzo.

Il tutto non necessariamente in quest’ordine eh…