Archivio per febbraio 2011

Maschi contro Femmine

Premetto che ancora il film non l’ho visto. Ma da quel che ho potuto evincere dal trailer, la pellicola affronta il solito, trito, ritrito e insormontabile problema: l’incompatibilità dei sessi.

Ora, vuoi che io, la piccola reginetta dell’ironia all’inglese, non facessi un post proprio su questo? Mica perché mi interessa più di tanto come argomento, ma solo per abbattere qualcuno tra i peggiori luoghi comuni in merito.

C’é solo una piccola precisazione da fare: io sono una donna piuttosto anomala.

Guido una macchina da uomo, con lo stesso piglio di un uomo (non lo dico io, lo dice Chef, che solo con me si è seduto 2 volte al posto del passeggero). Se una coppia di amici litiga solitamente faccio meno fatica a prendere le parti dell’uomo, lavoro meglio con gli uomini anziché con le donne, bevo alcolici e li reggo quanto un uomo (e spesso e volentieri anche di più), analizzo i problemi come un uomo.

Detesto il colore rosa, le magliette con i bambocci (hello kitty e co, personaggi disney, animaletti carini e coccolosi e via discorrendo), tutto ciò che è tenero e cute.

Sono stata immensamente felice quando la ginecologa mi ha confermato che avrei avuto un figlio maschio, perché nella mia testa malata già pregustavo il momento in cui gli avrei potuto regalare, nell’ordine: trenini, macchinine telecomandate, costruzioni, spade e mostri vari. Tutto quello che io chiedevo ogni anno a Babbo Natale e che veniva disatteso poiché l’ottuagenario lappone rincoglionito mi portava fisso bambole, pentole e piattini, set di trucchi e altre simili amenità.

Questo però non significa che io vada in giro con camice a scacchi di flanella, che faccia la gara di rutti nei pub con in mano il mio boccale di doppio malto, che mi gratti il sedere o mi metta le dita nel naso.

Femmina sono: mi piace fare shopping, comprare scarpe e borse anche se ne ho un armadio pieno, ho degli sbalzi d’umore degni di un’isterica patentata, metto il muso per niente, sono permalosa, irritabile, mi piacciono le coccole, spesso reclamo più attenzioni, odio il calcio e parlo un casino.

Però ogni tanto, quando ascolto i discorsi delle mie amiche, mi viene da pensare che sì, i ragazzi saranno anche cafoni, bastardi, egoisti, insensibili e chipiùnehapiùnemetta, ma noialtre siamo una bella banda di cagacazzo eh.

Insomma, secondo me molto spesso manca l’empatia. Il mettersi nei panni dell’altro. Una donna non lo fa MAI, ma vorrebbe che lui lo facesse ogni tre  per due. Un uomo non lo fa MAI, ma gli basterebbe che lei non gli fracassasse gli zebedei ogni tre per due.

Analizziamo un po’ 2 di dinamiche tipo:

INFLUENZA  Femmina 1 – Maschio 0:

Un uomo è clinicamente morto quando gli viene il raffreddore. Figuriamoci quando ha 37.5°: deambula a fatica e se lo fa guaisce come un animale ferito a morte. Ogni cinque secondi ti dice che sta malissimo (come se questa cosa lo facesse stare improvvisamente meglio…mah) e qualsiasi cosa tu gli chieda, anche se vuole provarsi la febbre, lui ti guarda come se gli avessi appena detto di uscire a fare una corsa in mutande quando fuori la temperatura è -20°.

Una donna di regola la febbre la percepisce quando arriva a 38,5° , il massimo che si concede è sedersi sul divano e riesce a : prendersi cura dei figli, del marito, stendere un paio di lavatrici e preparare la cena. Tutto ciò dicendo che non si sente benissimo, a dire molto, circa una volta in dieci giorni. Se poi si lamenta, lui di solito la guarda allargando le braccia e minimizza in modo infelicissimo tipo:

“ma dai su, lo sai che è stagione, adesso ti prendi un’aspirina e vedrai che ti passa”.

In questo caso tu moglie, compagna o mamma, dovresti cercare di metterti nei suoi panni e capirlo: loro non sono programmati per stare male.

Gli uomini non combattono con i peli superflui dall’età di 12 anni. E se si depilano, col cazzo che fanno la ceretta all’inguine, i figlioli.

Non hanno mai subito il trauma di una mamma che li costringeva a stare seduti immobili mentre lei pettinava i loro lunghi capelli pieni di nodi con una spazzola di ghisa.

Non hanno le mestruazioni.

Non partoriscono.

Non è colpa loro, se sono dei piagnoni: quando escono dalla casa di produzione, non hanno il pacchetto “survivor” inserito. Tutto qui.

Quindi, donna, ti rimane solo una cosa da fare: abbozza e trovati un feticcio qualunque su cui scaricare la frustrazione (il sacco da pugile sarebbe l’ideale).

SABATO SERA  Maschio 1 -Femmina 0:

Lui ha già giocato tutta la Champions League con la Play 3, si è letto 2 quotidiani, fumato due pacchi di sigarette, fatto 3 docce, sistemato il garage e non ha più palle da grattarsi per la noia e la frustrazione e tu sei in mutande e reggiseno con l’asciugamano arrotolato a mo’ di turbante in testa e te ne stai a fissare con odio purissimo le due ante spalancate del tuo armadio.

Quando lui fa capolino sperando che dopo 6 ore la scena sia mutata e azzarda a dire che sarebbe ora di andare perché gli altri vi aspettano al ristorante, gli ringhi contro che non è colpa tua se non hai niente da metterti.

Lui abbozza e prova a darti qualche idea (non fatelo maschi, non fatelo MAI), tu lo fulmini con lo sguardo e ti devono tenere in 3 perché vorresti solo saltargli al collo.

Lo insulti, due secondi dopo, perché non ti da mai consigli sul look.

Quando finalmente decidi cosa mettere (e di solito le scelte sono 2) e gli chiedi un parere, ti si gonfia la giugulare e rischi che ti parta un embolo perché lui risponde (ed è sincero di solito)  che stai benissimo con entrambe le mise.

Lui rischia di pisciarsi addosso, ma a te non interessa niente, devi finire di farti gli “smokey eyes” e devi stirarti i capelli con la piastra.

Quando finalmente montate in macchina, ti sei sicuramente, irrimediabilmente dimenticata il cellulare o il portafoglio nell’altra borsa (quella da tutti i giorni) e ci vai tu a prenderlo? Noooooo, va lui perché ha le scarpe basse e fa prima.

In questo caso tu, uomo o marito, prova a metterti nei nostri panni: non siamo programmate per essere indifferenti all’apparire.

Non abbiamo la fortuna di avere delle proposte moda eleganti e che stanno bene a tutte quante, alte basse magre o grasse (es: vestito a giacca oppure jeans+polo) .

Non abbiamo la fortuna di essere immuni ai bombardamenti ormonali, quindi di norma la nostra pelle tende ad aver bisogno di qualche lavorino di rifinitura a tutte le età.

Non abbiamo la capacità di essere immuni al voler piacere a tutti i costi: dobbiamo sempre essere le più belle, le più magre, le meglio vestite, altrimenti c’è il rischio di piacere meno (a noi e soprattutto a voi, diciamocelo) di un’altra.

Noi siamo bombardate 24 ore al giorno da pubblicità indirizzate quasi solo a noi: creme, cremine, cibi light, donne meravigliose che fanno innamorare chiunque alle quali vorremmo tanto ma tanto assomigliare.

Noi non lo facciamo apposta:  ci “disegnano così” , per citare quella stra-gnoccona di Jessica Rabbit.

Vi siete riconosciuti in queste due dinamiche?

Bene.

Vuol dire che siete umani.

Nonostante ciò, pensate ancora di essere appartenenti alla “categoria migliore” e che solo l’altro debba correggersi?

Bene.

Vuol dire che siete mediocri.

Consiglio: un po’ di sana autoironia non ha mai ucciso nessuno.

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words are useless

“On and on, the rain will fall

like tears from the stars

like tears from the stars

On and on the rain will see

how fragile we are

how fragile we are. “

Ciao Yara.

Riposa in pace, piccolo angelo.

Daily Life

Oggi vi racconto una mia giornata tipo, così capirete perché le mamme hanno dei muscoli d’acciaio nonostante non vadano in palestra.

Sveglia alle sette. Prepara la colazione e sveglia il maschio Alfa (Chef), non senza incontrare qualche difficoltà. Ok che ho studiato da interprete, ma per i grugniti mattutini di un uomo ci voleva il master post laurea. Ma vabbè.

Dopo colazione sveglio il maschio Beta (Titu). Una piccola parentesi: credo di essere l’unica mamma sulla faccia della terra a dover svegliare un neonato… io sapevo che di solito succedeva il contrario. Ma ri- vabbé.

Allatto, lo vesto, lo infilo (non senza recitare un paio di rosari al contrario) nell’ovetto, carico in macchina lui, la mia borsa (enorme) e le ruote del Trio (che pesano ottocento kg) e via che si va.

Tralascio la parte in cui sarei scesa dalla macchina armata di mazza da baseball per sfondare i cofani delle macchine altrui. Secondo me il 70% delle persone la patente la prende con i punti delle merendine.

Arrivo dalla pediatra, trovo un parcheggio a culo, scarico le ruote, a seguire Titu, lo aggancio e mi carico in spalla la mia macro-borsa. Apri il portone (che pesa altri ottocento kg), tienilo fermo con un’anca mentre con una torsione del busto degna di un contorsionista cinese fai passare il passeggino, infilati con tutto l’armamentario nell’ascensore, entra nello studio della pediatra, svesti il nano (che, per la cronaca, pesa 7.4 kg) mettilo sulla bilancia, poi sul lettino, poi rivestilo, rimettilo nell’ovetto (che, rimanga tra noi: lo ha pensato e brevettato uno che ce l’aveva a morte con i bambini dai… è un congegno al limite dell’infernale!), scendi di sotto, riapri il portone (con l’altra anca stavolta) e dato che c’è il sole vuoi andare a casa? Ma certo che nooooooo!

Nonostante i -10° percepiti di fuori, ci dirigiamo verso il centro. No probs, Titu è imbacuccato come se dovesse andare a scalare il K2. Già. É quel genio della sua mamma che bubbola come un gattino bagnato, perché proprio oggi si sentiva figa e si è messa il cappottino rosso alla Jackie Kennedy e la sciarpina di viscosa misto seta.

Morale: sono ritornata alla macchina dopo 40 minuti con i pollici congelati e il naso in tinta con il cappotto. Ma felice, che ci stava un giretto. Rimettere Titu e le ruote e la borsa e me stessa in macchina è stato un brusco trauma che mi ha riportata alla realtà e mi ha fatto decidere una cosa: la prossima volta, alla visita di controllo, andiamo a piedi.

Comunque, per farla breve:

Un fisico decente in palestra: 600 euro all’anno circa, con mastercard.

Un fisico decente post partum: un controllo pediatrico al mese + giretto di venti minuti.

Priceless.

Vintage mode on

Stamani, mentre sistemavo delle vecchie scatole nell’armadio, una si è aperta e mi sono quasi commossa nel vedere le mie musicassette self made dei periodi del liceo. Mi ricordo quando prendevo i miei cd o i vinili dei Doors di Brother, mi chiudevo nella stanza della musica del Capitano e facevo le mie cassette, talvolta anche su richiesta agli amici. Che io di musica ne ho sempre capito a pacchi, intendiamoci.

E ho realizzato che Titu non saprà nemmeno cosa sarà, una musicassetta. Molto probabilmente, quando avrà 16 anni non ci saranno più nemmeno i cd. O staranno sparendo e saranno già pezzi vintage, come i vinili adesso. In tal caso, diventerà miliardario, data la mole di cd originali della sua mamma. Mica cazzi.

Il tutto per dire che sì, anche io a volte capisco che sto invecchiando. Che sono passati già 12 anni da quei pomeriggi invernali passati a selezionare e ascoltare rock a nastro, fumando una sigaretta dietro l’altra e leggendo sdraiata sul pavimento. Quando non c’erano pensieri, quando il massimo della preoccupazione era un’interrogazione o un’insufficienza in pagella. Quando con l’arrivo del primo sole primaverile si prendeva l’autobus sbagliato e si andava a cazzeggiare in centro a Rimini, guardandosi intorno sempre un po’ circospetti con quell’adrenalina che ti dava la paura che qualche conoscente ti vedesse a facesse la spia ai tuoi. Quando ci si incontrava in una mansarda dalle pareti azzurre, ognuno con il suo strumento sulle spalle, le birre in fresco e mille sogni a fare da cornice. Quando i baci si rubavano a fior di labbra e le emozioni erano così dirompenti da lasciarti senza fiato. Quando si andava in motorino in 2 senza casco che altrimenti i capelli si rovinavano. Quando d’estate la metà degli amici chi li vedeva più, che facevano la stagione, e l’altra metà era tutta all’Aquafan dopo mezzanotte. Quando i cellulari non avevano il display a colori e non facevano le foto. Quando il massimo della tecnologia avanzata era avere un lettore dvd. Quando non si riusciva a dormire la notte prima di partire per la gita. La sbornia stellare che ho preso la notte prima dell’esame di maturità. Quando potevi permetterti di stare un’ora e mezza al telefono con la tua migliore amica a parlare e sparlare di mezzo mondo. Quando non c’era feissbuk. Quando il massimo del social network era il ceralacca in discoteca al pomeriggio. Quando si scrivevano le lettere con carta e penna agli amici lontani e quando si controllava la buchetta delle lettere per vedere se era arrivata la risposta. Quando il tempo aveva un valore diverso e un’importanza che un po’ adesso non c’è più. Quando si cambiava il rullino alla macchina fotografica.

Sì, sto invecchiando, si capisce dalla nota velatamente nostalgica di questo post.

Ma dentro, sono il prodotto di tutte queste cose e di molte altre, mischiate insieme. Tutti i film visti, la musica ascoltata e riascoltata fino a consumare i nastri delle cassette, le cene con gli amici, le bevute al pub, i viaggi all’estero, le delusioni d’amore, le amicizie perse e quelle ritrovate… tutte queste cose, mescolate in un modo apparentemente casuale, formano il passato e lo spirito critico di un essere umano. E se si fa di tutto per non dimenticarle, per non permettere al tempo di scolorirle o farcele riporre in un angolo troppo lontano della nostra memoria, probabilmente si invecchierà comunque.

Ma molto più lentamente.

Ma come ti vesti?! come non sentirsi dei cessi ambulanti dopo il parto.

Prendendo spunto dall’omonimo programma e dagli improbabili look in esso proposti, mi è venuta voglia di scrivere un pezzo sul look tipo della neo-mamma.

Ora, parliamoci chiaro: il fisico si incasina parecchio, con la gravidanza. Quindi a meno che di cognome non facciate Schiffer, Bundchen, Moss e via di seguito, è molto difficile che un mese o due dopo il parto il vostro addome sia piatto e liscio come una tavola da surf. C’era un bambino lì dentro fino a poco tempo prima, presente?

Ecco, chiarito questo concetto di base, sappiate che nonostante la vostra pancia assomigli moltissimo a un budino scaduto, ci sono molte soluzioni comode e carine che potrebbero farvi sentire ancora femminili e passabili.

Hanno voglia Enzo e Carla a dire che una donna debba stare in casa con il tacco 12 e il tubino aderente… probabilmente loro, che non hanno un cazzo di niente da fare tutto il santo giorno, possono permettersi gli ankle boots, il make-up impeccabile e i capelli sempre in piega (beh, lui è pelato, fa ancora prima). Le mamme, o comunque le persone normali in generale no. Che dobbiamo fare i conti con la vita, noialtri comuni mortali. Però c’è un limite abbastanza sottile che divide il casual dallo sciatto. E ho notato che moltissime neo-mamme (me compresa, all’inizio) ci cascano di brutto, nel mondo del trash: occhiaie che manco il panda cinese, coda alta per nascondere il capello autogestito e pure un po’ unto, tute improbabilissime che non renderebbero giustizia nemmeno a Kate Moss, ciabatte a forma di cane e chi più ne ha più ne metta.

Ok, con un neonato si sta bene e spesso in casa. Si dorme, tranne nel mio e pochi altri casi, poco e male , ci si vede e ci si sente grasse e brutte e si ha in generale poca voglia di mettersi in tiro. E ci mancherebbe, per carità.

Però la tuta si può comprare nera e di un modello carino che non ti fa assomigliare a una fascina di legna, ad esempio. Si lascia il nano al vostro marito/compagno e ci si prende 10-15 minuti per infilarsi sotto la doccia e insaponarsi ben bene (sembra, ma rimette al mondo). Compratevi un paio di scarpe da ginnastica comode e carine, ma la ciabatta no, a meno che non stiate andando a dormire. Io non mi trucco da mesi (non esco mai e poi meno un bambino entra a contatto con cosmetici e co e meglio è), però questo non significa che la vostra pelle debba uniformarsi al muro di casa vostra: scrub una volta a settimana, creme idratanti e bere tantissima acqua fa mezzi miracoli. Questo se il nano vi nasce in autunno o in inverno, come è successo a me: se è estate non rompete le palle, che potete uscire quando vi pare. Ecco. Insomma, basta pochissimo per sentirsi meglio con se stesse e credetemi: vi servirà, nei primi mesi di vita con vostro figlio.

E cercate di assumere, per quanto sia difficile, uno stile di vita sano: non mangiate schifezze e date un destro in pieno muso a chi vi dice : “massì, mangia quello che vuoi, che tanto allatti”. Mai cazzata fu più stellare di questa: io mi sono ingozzata per il primo mese e mezzo dopo la nascita di Titued ero quasi tornata a pesare come al nono mese di gravidanza. Evitiamo di farci del male, laddove è possibile please, che poi quei kg son tutti lì da smaltire e vi assicuro che non è per niente facile. Tanta acqua, tanta verdura, pasta, carne e pesce: mangiare un po’ di più se avete fame, ma mangiate sano. Io sono quasi ritornata una dignitosa 44…mica cazzi insomma. Ho messo un po’ di ricette di snack sani e facilissimi da preparare nella sezione cucina in alto a destra: approfittatene!!!!!

Vi assicuro che il post partum sarà un po’ meno pesante, se ci si piace un po’ di più.

 

13 febbraio 2011: non fermiamoci qui.

Sto cercando di fare un bel lavoro con questo blog, tra una poppata e l’altra e devo dire di essere parecchio soddisfatta. Se riuscissi anche a trovare qualcuno che mi leggesse sarei a posto.

Arriverà anche quello, sono fiduciosa.

Nel frattempo amo sentirmi molto radical chic. Non sono andata alla manifestazione ieri, con un bambino così piccolo era infattibile. Ma c’ero in spirito. E vorrei che la cosa non fosse archiviata con un commento acido di Maria-sotuttoio-Stella Gelmini. E nemmeno vorrei che fosse un’alzata di testa momentanea.

Mi piacerebbe che questa pregevole iniziativa fosse l’inizio di una nuova presa di coscienza. Mi piacerebbe che tutte le donne che ieri erano in piazza non si facessero poi mettere i piedi in testa dal primo fidanzato/padre/marito/datore di lavoro geloso e prevaricante. Mi piacerebbe che tutte le donne che erano in piazza ieri insegnassero ai loro figli (maschi o femmine non fa differenza) cosa significa avere una dignità, una personalità da difendere e dei diritti da rispettare.

Vorrei che le prese di coscienza non fossero solo momentanee.

Vorrei che ogni donna, ragazza o anziana potesse sentirsi al sicuro nella sua città, dopo le undici di sera.

Vorrei che ai colloqui di lavoro una donna non venisse scartata a prescindere perché mamma o potenziale tale.

Vorrei che ci fosse più rispetto per le donne non solo per tre ore al giorno, una volta l’anno. Se cominciassimo già con tre ore al giorno tutti i giorni non sarebbe male.

Vorrei che le prime a smettere di discriminare le donne fossero proprio le donne stesse (ok Maria Stella? ecco…)

Insomma io vorrei sentirla sbandierare più spesso, questa coscienza al femminile. Non solo il 13 febbraio o l’8 marzo, per dire.

Ma siccome sono un’inguaribile sognatrice, io ci credo, che la manifestazione di ieri sia stata un inizio e non una meteora.

 

 

Tutta una questione di prospettiva



Posso gridarlo al mondo entiero? Cazzarola, c’è il sole e fa caldooooo!!!

Finalmente! Sarà una settimana circa, dopo più di tre mesi, che io e Titu riusciamo a prendere una boccata d’aria almeno una volta al giorno. Con conseguente miglioramento del mio umore, che stava pericolosamente virando al nevrotico depresso. Che non è facile stare sempre in casa senza poter interagire con nessuno… del tipo che mi ero ridotta a pensare che andare alla Coop fosse una botta di vita.

Io, che a 16 anni per farmi stare in casa dovevano legarmi mani e piedi alla sedia. Io, che alla mia prima vacanza assieme a quello che poi è diventato mio marito ho percorso 1350 km in macchina in una settimana. Io, che il giorno in cui mi hanno ricoverata in ospedale per far nascere mio figlio ho ben pensato di andare al ristorante, conscia del fatto che per minimo 6-8 mesi non se ne sarebbe più riparlato, di cenette romantiche a due. Fuori casa soprattutto. Io, che quando Titu aveva solo 13 giorni l’ho portato in giro tutto il giorno e sono pure andata a farmi un aperitivo. E l’omo mio non è da meno, anzi oserei dire che è molto peggio di me e che è stato proprio lui a far riemergere la mia indole zingara che era stata per anni sepolta e tenuta sotto chiave da un Super Io parecchio rompicoglioni.

è strano come a volte la frequentazione di certe persone riesca a cambiarti in peggio ed è ancora più strano che una con un carattere determinato e testardo come il mio si fosse fatta gabbare. Da un uomo, per giunta, che per convenzione chiameremo il Rimba. Io, femminista indipendente convinta dai tempi delle medie.

Per la serie: look da universitaria educanda sfigata, pensavo solo a studiare, stavo con il tipico bravo ragazzo con la faccia pulita, il classico tipo che piace alle mamme insomma. Che mi avrebbe voluto sposare finiti gli studi. Una vita scritta prima ancora di essere vissuta: vacanze una volta all’anno in località di mare esotiche, appartamento arredato nel mobilificio serio che i mobili devono durarti tutta la vita, non più di due figli e meglio se un maschietto e una femminuccia, pranzo dai nonni tutte le domeniche, poi passeggiata in centro con i pargoletti, che sarebbero andati sicuramente in scuole private. Sarei stata una brava donna di casa, una brava mamma e una moglie devota. E chi avrebbe avuto tempo per scrivere, con tutto il daffare che ti da la famiglia? Ma per carità! Insomma, mai una sbavatura, mai un errore, mai un cazzo di niente.

Anche no insomma.

Per fortuna il matrimonio saltò prima della mia laurea, io ritirai fuori i jeans e le converse dall’ultimo ripiano dell’armadio, mi comprai un pc portatile per rimettere mano a quel romanzo lasciato nel cassetto a prendere la polvere e richiamai tutte le mie amiche che avevo decisamente trascurato per troppo tempo. Che, Dio le abbia in gloria, non mi mandarono affanculo.  Il mio lato vagabondo tornò fuori con una prepotenza tale da farmi dimenticare la delusione d’amore (e conseguentemente il Rimba) in un attimo. E poco dopo conobbi Chef.

Ah, Chef. Quello bello, quello tenebroso, con un passato un po’ burrascoso alle spalle, fascino da vendere e pure un bel po’ sfuggente. Insomma il classico stronzo che manco la tua peggior nemica ti raccomanderebbe di mettertici assieme. Noi, una coppia che chiunque avrebbe data per spacciata quando ancora manco stavamo insieme.

E complimenti per la lungimiranza: che siamo qua, sposati e con un nanetto di quattro mesi da gestire… evidentemente o qualcuno si sbagliava, oppure tra stronzi ci si intende a meraviglia… o forse entrambe le cose.

E mentre guardo mio figlio, seduto qui vicino a me nella sua sdraietta che intrattiene un’interessantissima conversazione con i cavallini a dondolo della tappezzeria, penso che non è stata solo questione di fortuna. Insomma, se le cose sono andate così è anche perché un po’ il mio subconscio voleva che andassero in questo modo. Forse quella vita così apparentemente perfetta mi andava talmente stretta da avermi inacidita e imbruttita a tal punto da indurre il Rimba a fare dietro front. Non lo so sinceramente, però preferisco il disordine per casa, scrivere alle due del mattino, i viaggi non programmati, gli amici a far baracca a cena, la musica a tutto volume e chi se ne frega dei vicini di casa, tirare a far tardi a parlare solo io e Chef e una bottiglia di Franciacorta, tirare su un figlio insegnandogli poche cose, ma quelle che servono. E ridere, ridere e ridere sempre.

Sì, decisamente questa è la vita che volevo.